Il Giubileo dei giovani in corso a Roma mette sotto la lente di ingrandimento la condizione giovanile; ridotti dall’inverno demografico, in maggioranza lontani dalle pratiche di fede, non compresi dal mondo adulto

Il Giubileo dei Giovani è in corso a Roma, con circa 500.000 giovani – ma aumenteranno negli ultimi giorni – arrivati nella Capitale non solo dalle diocesi italiane, ma da ogni parte del mondo e che, tra musica, canti e preghiera, avrà il suo culmine nella veglia di sabato e nella messa della domenica mattina sulla spianata di 31.
Il raduno dei giovani cattolici è quest’anno l’evento di punta di una estate che è tradizionalmente tempo di campeggi, campi scuola e grest che da sempre parrocchie e associazioni cattoliche in tutta Italia organizzano per bambini e ragazzi grazie all’aiuto di giovani volontari che decidono di impegnare parte delle loro ferie estive o delle pause che gli studi universitari concedono, al servizio delle loro comunità.
Parliamo di esperienze, immagini e notizie che certamente rimandano un’immagine positiva dell’universo giovanile e che fanno davvero bene al cuore dei credenti e non solo. Tuttavia si tratta di una minoranza.

Per quanto difficile sia evidenziare con chiarezza i confini della definizione di giovani in una società che, a fini puramente economici e consumistici, tende, da un lato, ad “adultizzare” bambini e adolescenti e, dall’altro, a procrastinare, ben oltre i 35 anni, l’arrivo alla piena maturità adulta (con il suo paventato bagaglio di responsabilità personali e pubbliche), è statisticamente evidente che “il più” della gioventù italiana è altro ed è altrove rispetto alle proposte di parrocchie, diocesi, associazioni laicali.
Assistiamo da decenni ad un progressivo allontanamento dei giovani, non solo dalla pratica religiosa, ma anche da specifiche esperienze di fede sia individuali che collettive, che va di pari passo con una speculare e diffusa perdita di idealità, progettualità e partecipazione in ambito sociale e politico.

La crisi dell’associazionismo, sia esso religioso o laico, così come quella della Politica, con la “P maiuscola”, ha nella mancanza di ricambio generazionale uno dei suoi maggiori punti nevralgici. L’Italia ha perso in venti anni oltre un quinto dei giovani, diventando ultima in Europa per la presenza di under 35.
Il problema della crisi della partecipazione però non è solo demografico. L’utilizzo massivo, eccessivo e spesso sregolato, dei social network fin da giovanissimi, invece di incrementare la socialità e la capacità empatica (che proprio di varietà di relazioni si nutre), per uno dei tanti paradossi che caratterizzano la realtà attuale, acuisce l’individualismo e la solitudine esistenziale delle giovani generazione, fino a farne, nei casi più estremi, come quelli degli “hikikomori” dei prigionieri in casa propria.
Tra i recenti eventi di cronaca ha avuto discreta risonanza il rifiuto di un certo numero di studenti di sostenere l’orale dell’Esame di Stato delle scuole superiori quale forma di protesta verso un sistema scolastico e valutativo definito “troppo competitivo e disumanizzante”.

È naturale chiedersi quale disagio effettivo si nasconda dietro un tale tipo di protesta, perché di certo non può essere la legittima richiesta di sostenere un esame scolastico a scatenare tale reazione. Davvero i nostri giovani, cui materialmente è stato dato quasi tutto e che “godono” fin da ragazzini di una libertà impensabile per le generazioni precedenti, si sentono schiacciati da un sistema scolastico sempre più livellato verso il basso e sempre più piegato alle esigenze di ognuno?
Che messaggio vogliono veicolare in questo modo? Il larvato disagio delle giovani generazioni emerge in forme sempre più evidenti e sempre più difficili da interpretare.
Don Oreste Benzi affermava: “ho pensato Che se Dio dovesse dettare oggi i Comandamenti, il quarto diventerebbe: onora tuo figlio e tua figlia” proponendo così un originale cambio di prospettiva.
Spesso infatti sono i giovanissimi a dover subire le scelte fatte da adulti irresponsabili e scarsamente lungimiranti, incapaci di progettare un futuro che possa dare gioia ai piccoli, speranza agli adolescenti e autentica libertà di pensiero, azione e decisione a donne e uomini nel fiore degli anni.
“Tutti gli uomini sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)” scriveva Antoine De Saint-Exupéry, forse, per capire i nostri giovani dovremmo ripartire da lì.
(Giovanna Bianchi)



