
Come un sovrano assoluto di epoca rinascimentale, Donald Trump lo scorso fine settimana ha ospitato Ursula Von dei Leyen e la delegazione UE nel suo resort di lusso in Scozia per chiudere la trattativa sui dazi.
Il solo fatto che la delegazione europea abbia accettato di svolgere una trattativa di alto livello in una location privata della controparte anziché in una sede istituzionale o terza dice molto del rapporto di subalternità che l’Europa mantiene nei confronti degli Stati Uniti.
Ma a rendere ancora più umiliante la posizione del Vecchio continente sono le parole della presidente della Commissione Europea, che di fronte ad una posizione penalizzante per l’economia comunitaria ha parlato di “equilibrio ristabilito” e di Donald Trump come “un grande negoziatore ma anche un dealmaker”.
L’esito del negoziato con Washington si commenta da solo: i dazi americani sono passati dal 4,8% dell’anno passato al 15%, con quelli su alluminio e acciaio che restano al 50%, e con alcuni settori come i farmaceutici non compresi nell’accordo.
In più, come se non bastassero il 60% del risparmio europeo trasferito nelle borse e nei fondi di investimento americani, l’Ue si è impegnata a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti (attualmente sono29 meno di 450) e altri 750 miliardi di dollari che voleranno Oltreoceano per acquistare energia e armi.

Inoltre, Bruxelles sospenderà qualsiasi ipotesi di Digital Tax sulle piattaforme tecnologiche americane e anche gli effetti del Digital Service Act, il nuovo regolamento europeo in tema di regolamentazione dei contenuti sul web.
Dopo aver dimostrato la più totale passività in politica estera, resasi palese in Ucraina e in Medioriente, aver accettato un piano di riarmo folle da un punto di vista economico prima ancora che geopolitico e morale, l’Unione Europea ha certificato sul piano commerciale il suo rapporto di vassallaggio nei confronti dell’alleato americano, sigillato dalle dichiarazioni del governo italiano, un Paese che galleggia grazie alle esportazioni che compensano da anni una domanda interna stagnante a causa dei bassi redditi, secondo il quale i nuovi dazi sono reciprocamente vantaggiosi per Ue e Usa e sostenibili per le imprese italiane.
Trump non ha perso l’occasione per mostrare un antieuropeismo viscerale e il desiderio nazionalista di un primato statunitense che denotano l’assenza di una visione di Occidente, con tutto quel che di critico si nasconde dietro questa definizione.
Di fronte a questa visione l’Ue non sa fare altro che frantumare le sue potenzialità e la sua dimensione in tante piccole entità autoreferenti: l’asse franco-inglese, la voglia di potenza tedesca, il trumpismo italiano. Rimane un solo collante: l’austerità di bilancio, spese militari escluse. È questo quel che rimane del grande sogno europeo.
(d.t.)



