Un nuovo millennio nel segno di Cristo:  il Giubileo del 2000

Giovanni Paolo II fissava un’importante riflessione sul tempo: Cristo ieri, oggi e sempre, non aveva esaurito con il passare del tempo la novità del suo annuncio

Giovani in cammino verso Tor Vergata a Roma per la GMG del 2000 (Foto Siciliani/SIR)

Che il giubileo del 2000 fosse diverso lo si era capito fin da subito, quando, nel 1994, San Giovanni Paolo II pubblicò la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente indicando una preparazione triennale per l’Anno Santo che avrebbe segnato il secondo millennio dalla nascita di Cristo.
La Chiesa, dall’incarnazione del figlio di Dio, stava per vivere una nuova pagina di storia, dopo due millenni che avevano abbracciato molteplici cambiamenti d’epoca: dalla lotta per le investiture ai viaggi apostolici, dallo Stato pontificio al Concilio Vaticano II la Chiesa, fondata sulla roccia di Pietro, era rimasta più o meno fedele a quella che l’allora cardinale Ratzinger chiamava nobilis forma del Vangelo.
Ogni piccolo cambiamento è fonte di turbamento, non parliamo della fine di un millennio. La Chiesa si trovava a un bivio: il Vaticano II iniziava a compiere più di trent’anni e, secondo l’intenzione del papa, già impegnato in innumerevoli viaggi apostolici che lo avevano portato a visitare paesi tanto differenti fra di loro, la Chiesa doveva vivere un nuovo slancio missionario, imprescindibile per annunciare quella salvezza, apparsa per tutto il mondo nella grotta di Betlemme.
Con Incarnationis Mysterium, bolla di indizione dell’Anno Santo, pubblicata il 29 novembre 1998, San Giovanni Paolo II fissava un’importante riflessione sul tempo: Cristo ieri, oggi e sempre, non aveva esaurito con il passare del tempo la novità del suo annuncio, forse serviva chiedere una rinnovata effusione dello spirito perché la Chiesa potesse annunciare il Vangelo nel nuovo millennio.
La consapevolezza di un mondo sempre più connesso (spostamenti rapidi, la connessione internet che iniziava a essere presente nelle utenze domestiche, i contatti con culture lontane dalla nostra) ha dato al Giubileo del 2000 un carattere universale ed ecumenico ancor più accentuato rispetto all’Anno Santo della Redenzione e a quello ordinario 1975, quando, per la prima volta, fu trasmessa la celebrazione di apertura della Porta Santa di San Pietro.
Proprio in mondovisione fu trasmessa la celebrazione del 2000, curata e studiata nei minimi particolari perché a Roma fosse evidente che tutto l’Orbe fosse accorso per chiedere la grazia che ci salva e passare attraverso la Porta, che è Cristo stesso.
Sotto la sapiente guida dell’Arcivescovo Piero Marini, allora maestro delle celebrazioni liturgiche del sommo pontefice, coadiuvato da Mons. Giuseppe Liberto, maestro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, e dal liturgista siciliano Mons. Crispino Valenziano, la celebrazione di apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro (24 dicembre 1999 alle ore 24.00) ha mostrato al mondo l’universalità della Chiesa.
Secondo l’intenzione del papa e di mons. Maestro, l’inizio della celebrazione doveva coinvolgere rappresentanti di tutto il mondo: è così che il papa, già sofferente per l’imperversare della malattia, ma deciso a inginocchiarsi di fronte alla porta, reggendosi alla croce pastorale, dopo averne aperto i battenti, ha lasciato spazio che gli stipiti fossero ornati con addobbi floreali e profumati dai rappresentanti di varie culture provenienti da ogni angolo del mondo.

Karol Wojtyla nel giorno della sua elezione a Papa, il 16 ottobre 1978

Mons. Liberto, che con l’amico Valenziano, aveva composto l’Inno di Apertura della Porta Santa, ha raccontato a chi scrive alcuni particolari significativi della celebrazione: innanzitutto la scelta del ritornello in latino “Christus heri et hodie, finis et principium. Christus alpha et omega, ipsi gloria in saecula” perché riecheggiasse in coloro che cantavano l’inizio della Veglia pasquale in cui si riconosce la signoria di Cristo che non tramonta, ma anche l’arte poetica e liturgica di Valenziano, capace di comporre versi emozionanti, densi di significato, consapevoli di infondere speranza per un millennio incipiente, che guardava all’imprescindibile opera di salvezza di Cristo: “Legno verde ora rinverdisci il nostro tronco secco inaridito: terzo millennio di speranza nuova, prepara ai figli il Padre delle luci”.
Mons. Liberto, inoltre, ha raccontato tutto il dispiacere del Santo Padre per il rifiuto della comunità ebraica, invitata a suonare lo Jobel, l’antico corno di ariete che, per il popolo di Israele, segna l’inizio di alcune feste sacre per l’ebraismo come il Rosh haShanah, il capodanno ebraico o lo Yom Kippur, giorno dell’espiazione.
Il carattere universale ed ecumenico fu reso ancor più evidente dall’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, quando il Santo Padre volle inaugurare la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, aprendo i battenti paolini con il Metropolitano Atanasio, rappresentante del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e George Carey, Arcivescovo di Canterbury in una celebrazione ecumenica, dove furono coinvolte i rappresentanti di tutte le religioni cristiane.
A venticinque anni da questo grande anelito missionario e universale, proposto da San Giovanni Paolo II, ci si potrebbe chiedere a che punto siamo: squilla nuovamente la tromba del Giubileo, la Chiesa dove vuole andare?

Riccardo Bassi