Il recupero dell’antico edificio è stato occasione per una riflessione storica e uno sguardo al futuro

Un momento significativo dell’inaugurazione della Rocca di Monzone del 13 luglio è stato l’intervento storico del prof. Mario Nobili. Si può sostenere, ha detto, che la memoria, individuale e collettiva, della gente dei nostri paesi sia stata plasmata da un paesaggio ‘incastellato’, almeno fino alla generazione di metà secolo scorso e a partire dal secolo XI, e soprattutto dai due successivi.
Gli storici hanno definito il fenomeno col termine incastellamento: per iniziativa di conti, vescovi, signori locali o anche di comunità organizzate, la gente fu riunita in luoghi fortificati: poggi, sproni, dossi furono cinti di mura e si eressero torri, rocche, case torri, fortilizi.
Il fenomeno, tipico dei secoli centrali del Medioevo, ha investito città e campagne: a Firenze nel Duecento si contano 130 torri, da noi, Monzone Alto, Monte dei Bianchi, Isolano, Tenerano, Cecina, Marciaso, Viano furono incastellati in quei secoli. Le case di Tenerano, dagli estimi della metà del Cinquecento, insistono sulle “mura castellane”, che poggiano su “volte”, come ancora oggi.
L’incastellamento presuppone anche la formazione di un territorio ben delimitato, dentro cui prende forma il paesaggio agrario: le contrade, i campi coltivati, i prati, le selve di castagni, il bosco. È dentro questi luoghi che si plasma la memoria individuale e collettiva dei paesani, che fuori dal loro territorio si sentono spaesati.
Lo storico francese Pierre Nora parla della fine dei “paesani”, della fine della società memoriale. A questo punto fa intervenire la ricostruzione storica, la storiografia, la storia della storia, la coscienza storiografica.
I paesani spaesati sono quelli delle ultime generazioni, spaesati anche rispetto ai luoghi che non esistono più come luoghi ben caratterizzati e riconoscibili. Come riappaesare gli spaesati? Qui interviene il lavoro di restauro, che può essere anche storiografico, che non può non essere altamente critico e aperto alla discussione.
Se i giovani non si sentono più paesani, non si riconoscono nel paese e nel suo paesaggio, cosa sarà dei borghi della nostra terra? Sono destinati a scomparire, senza speranza di inversione di rotta rispetto allo spopolamento in atto?
Il tema investe anche la polemica politica a livello nazionale dei giorni scorsi. Cenni storici, conclusi da alcune notizie di Andreino Fabiani sulla natura della presenza della Rocca nella Valle del Lucido, inseriti in una bellissima festa vissuta con evidenti gioia e soddisfazione dai numerosi presenti, giunti da tutto il Comune ed anche da luoghi più lontani e accolti con cortesia dai proprietari, la famiglia Bernardini (al sig. Carlo, nel centenario della nascita, è stata dedicata una lapide) e dal direttore Tazzara, tutti affascinati dalla bellezza dell’edificio e dei luoghi e dall’eleganza del restauro.



