Nel quarto centenario della nascita di Domenico Guidi, l’artista nato a Torano di Carrara nel 1625, nipote di Giuliano Finelli. I burrascosi rapporti con Gianlorenzo Bernini.
Una trentina le sue sculture presenti nella capitale: dall’Angelo con lancia su Ponte Sant’Angelo alla monumentale statua per la tomba di papa Clemente IX in Santa Maria Maggiore fino alla grande pala in marmo per l’altare maggiore di Sant’Agnese in Agone

A Torano, paese incastonato nelle montagne a monte di Carrara, dove il verde delle colline lascia spazio al fulgore del marmo delle cave, quattrocento anni fa, il 6 giugno 1625, nasceva Domenico Guidi; un nome poco noto al grande pubblico, non sempre valorizzato perché valutato artista di seconda fila all’ombra dei più famosi scultori carraresi divenuti celeberrimi soprattutto a Roma.
Eppure nella Città Eterna decine di sue opere accompagnano il cammino dell’inconsapevole visitatore contemporaneo. Chi entra nella grande Basilica di Santa Maria Maggiore, ad esempio, noterà la monumentale tomba di Papa Clemente IX, il pistoiese Giulio Rospiglioni (1600-1669), realizzata dall’architetto romano Carlo Rainaldi; ebbene, la grande statua centrale che raffigura il Pontefice che emerge dagli ampi panneggi dei paramenti è appunto opera di Domenico Guidi. Suo è anche uno degli angeli che coronano Ponte Sant’Angelo sul lungo Tevere vaticano, via di accesso diretta al castello omonimo.

Era stato proprio Papa Clemente IX, poco prima di morire, ad affidare a Gianlorenzo Bernini il compito di disegnare i nuovi parapetti per i quali il grande artista pensò dieci statue di Angeli, ciascuno dei quali raffigurato con uno degli strumenti della Passione di Cristo. Bernini ne affidò la realizzazione ai propri allievi più valenti. Domenico Guidi si cimentò con la statua dell’Angelo con la lancia che, con l’iscrizione “Vulnerasti cor meum”, venne collocata all’inizio del ponte dal lato del castello.
Chi capitasse poi in Piazza Navona, disposto ad entrare nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, progettata e realizzata in tempi diversi dagli architetti Girolamo e Carlo Rainaldi e Francesco Borromini, si troverebbe di fronte alla grande pala in marmo che adorna l’altare maggiore e raffigura le Sacre Famiglie: quella di Maria, Giuseppe e Gesù e quella di Elisabetta, Zaccaria e Giovanni.
Da molti è ritenuta l’opera più riuscita del Guidi: la scultura è inserita all’interno di un impianto scenografico di grande effetto, circondata da quattro splendide colonne scanalate in marmo verde antico dall’Arco trionfale di Marco Aurelio che si innalzava nell’attuale area del Corso.

L’elenco potrebbe continuare: si tratta, infatti, di un artista che a Roma ha realizzato un gran numero di opere, a quanto pare il carrarese più prolifico con una trentina di sculture ancora visibili all’interno di chiese o lungo le strade romane.
Un predestinato Domenico Guidi: se il padre Giovanni era commerciante di marmi, la mamma, Angiola, era sorella di Giuliano Finelli, celeberrimo scultore nato a Carrara nel 1602 e morto a Roma nel 1653, uno degli allievi più dotati di Gianlorenzo Bernini. Dopo aver abbandonato il laboratorio berniniano, Finelli si era trasferito a Napoli dove nel 1638 aveva spostato Flavia, figlia del grande pittore parmigiano Giovanni Lanfranco.
E proprio a Napoli si era formato artisticamente il giovane Domenico Guidi, accolto dallo zio Giuliano e sotto la cui direzione realizzò le prime opere. La rivolta di Masaniello del luglio 1647 – nella quale avrebbe avuto un ruolo attivo il nostro giovane artista – e le sue conseguenze non furono estranee al trasferimento a Roma organizzato dallo zio.
Sulle sponde del Tevere fu ammesso nel laboratorio dello scultore bolognese Alessandro Algardi (1598 – 1654) dove rimase per alcuni anni collaborando attivamente alla realizzazione di capolavori come la grande pala in marmo bianco di Carrara raffigurante l’ “Incontro di San Leone Magno e Attila” commissionata all’Algardi da Papa Innocenzo X e completata nel 1653.

Alla morte di Algardi, Guidi aprì un proprio laboratorio non lontano dalla Basilica di San Pietro prima di trasferirsi, a causa della costruzione del colonnato berniniano, poco lontano, in un edificio lungo via Giulia. Già nel 1651 entrò a far parte della importante associazione tra gli artisti nota come Accademia nazionale di San Luca, della quale sarebbe divenuto direttore per dieci anni dal 1670.
La sua abilità, l’organizzazione del lavoro, senza dimenticare i prezzi concorrenziali praticati uniti a importanti conoscenze fra gli altri artisti e gli architetti impegnati in quegli anni a Roma, gli procurarono numerose commissioni.
Ma i rapporti con i grandi maestri del barocco romano non erano sempre facili, tanto meno con uno dal carattere forte e intransigente come Gianlorenzo Bernini. Con questi già lo zio Giuliano Finelli aveva interrotto bruscamente i rapporti perché, a quanto pare, gli aveva preferito un altro collaboratore per una importante commissione e per non aver voluto riconoscergli un presunto ruolo di rilievo nella realizzazione dell’Apollo e Dafne.
Dopo essersi allontanato da Bernini, Domenico Guidi ebbe la soddisfazione di vedere una sua opera preferita a quella del maestro per ornare i giardini della Reggia di Versailles: fu infatti il gruppo “La Renommée du Roi”, da lui scolpito nel 1677 per il Re Sole, Luigi XIV, ad essere prescelto e non quello proposto da Bernini stesso!
Guidi ebbe quindi una certa notorietà anche all’estero: oltre alla composizione scultorea di Versailles, sono noti anche un monumento nel Duomo di Breslavia e un Crocifisso nell’Escorial di Madrid. Nell’ultima parte del Seicento, da più parti veniva ritenuto il più valente artista attivo a Roma, giudizio che gli fece ottenere numerose commissioni; sue opere sono inoltre presenti in varie città italiane.
Domenico Guidi morì il 28 marzo 1701: nella comunità che lo aveva accolto e dove aveva trascorso gran parte della vita. La sua tomba, da tempo perduta, si trovava nella chiesa delle Stimmate che si affaccia su Largo di Torre Argentina. Un privilegio al quale potevano accedere solo i Terziari Francescani, ordine al quale, dunque, doveva appartenere.
Paolo Bissoli



