“Il tempo in carcere sia utile per ricostruire la propria vita, un capolavoro da non sprecare”

La visita a Pontremoli di don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiani

Don Raffaele Grimaldi con don Giovanni Perini a Pontremoli

Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiane, martedì 27 maggio ha trascorso un’intera giornata a Pontremoli, invitato da don Giovanni Perini, da tempo impegnato quotidianamente all’Istituto Penale Minorile cittadino.
La mattina, il sacerdote napoletano ha celebrato l’Eucarestia proprio nella struttura di via Quattro Novembre, mentre nel pomeriggio ha incontrato il gruppo di volontari che svolgono attività di supporto alle ospiti dell’Istituto.
Don Raffaele per oltre vent’anni ha svolto la sua missione nel penitenziario di Secondigliano e dal 1° gennaio 2017 svolge il ruolo di ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane su nomina della Conferenza Episcopale Italiana.
Un compito di grande responsabilità e impegno in un Paese come l’Italia che conta 189 strutture, oltre 55mila detenuti e 240 cappellani.
All’interno dell’Istituto Penale Minorile di Pontremoli l’Eucarestia è stata presieduta dal Vescovo fra’ Mario e concelebrata da don Raffaele con don Giovanni e don Maurizio Manganelli, direttore di Caritas Diocesana che svolge anche attività di volontariato nel carcere di Massa.
Presenti, tra le altre persone, anche la direttrice dell’Istituto, dott.ssa Francesca Capone. Alle diciassette ragazze presenti quel giorno nella struttura pontremolese e che hanno eseguito i canti che avevano preparato per la S. Messa, particolarmente apprezzati da tutti, don Grimaldi nell’omelia si è rivolto con atteggiamento paterno di incoraggiamento e di speranza.

L’incontro fra don Grimaldi e il gruppo di volontari che supporta le attività con l’Istituto Penitenziario Minorile di Pontremoli

Il tempo che trascorrete qui non è tempo perso – è stato il senso delle sue parole – ma anzi è utile per ricostruire la vostra vita che è un capolavoro e non va sprecata; “approfittate di questo tempo in vista del futuro che avete davanti, perché qui avete tante mamme e tanti papà che sono a vostra disposizione e vi aiutano”.
Ha poi sottolineato come nella sua lunga esperienza di cappellano a Secondigliano ha potuto toccare con mano come tanti che avevano perso la fede l’hanno incontrata di nuovo proprio in quel luogo, ritrovando un rapporto con il Signore, tempo utile dunque per ritrovare se stessi e riprogrammare la propria vita.
Nel pomeriggio, nei locali del Vescovado, introdotto da don Giovanni Perini, don Raffaele si è rivolto con grande carisma ai volontari che, a diverso titolo, svolgono le attività di supporto alle ospiti che si succedono nell’Istituto pontremolese; impegno che si manifesta sia all’interno della struttura, sia all’esterno con quante hanno la possibilità di uscire sul territorio.
Il concetto sottolineato dal sacerdote è quanto di più semplice si possa enunciare ma difficile da mettere in pratica: chi vive il carcere da condannato ha bisogno di riscatto, di essere accolto, soprattutto di non essere giudicato. Complicato da realizzare, in una società nella quale sempre più spesso sentiamo dire che il colpevole – o presunto tale – va gettato in galera buttando via la chiave.
Un concetto inaccettabile in un Paese la cui Costituzione esplicita chiaramente il fatto che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Un segnale forte, in questo senso, era arrivato da Papa Francesco che il 26 dicembre scorso, in occasione dell’inizio del Giubileo, aveva voluto aprire la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia: la prima volta in un penitenziario, segno che la Speranza deve appartenere a tutti.
Riscatto da parte di chi ha sbagliato e ha scontato la pena; accoglienza da parte di una società che non deve giudicare bensì impegnarsi affinché il percorso di recupero si completi con il reinserimento totale nella realtà quotidiana. E per farlo occorre che si favoriscano anche opportunità di occupazione: “il lavoro è uno degli elementi fondamentali per il reinserimento in società di queste persone”, spiega don Grimaldi, sottolineando come il ritorno in carcere di chi non ce la fa è una sconfitta per tutti.
Anche perché il carcere è il luogo dove la sofferenza può arrivare a spingere a darsi la morte: “il suicidio – continua don Raffaele – è un dramma che fa soffrire tutti, ed è un fallimento delle istituzioni”, quelle alle quali è demandato il compito di custodire la vita e che invece si trovano ad avere a che fare con la morte.

Paolo Bissoli