Papa Leone ai nuovi sacerdoti romani ordinati in San Pietro

Leone XIV ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa per l’ordinazione presbiterale di undici diaconi della Diocesi di Roma. La liturgia segue il rituale delle ordinazioni sacerdotali. I candidati al sacerdozio si prostrano davanti al Vescovo di Roma mentre vengono recitate le litanie dei santi, seguono l’imposizione delle mani, la preghiera di ordinazione recitata dal Papa, e infine la vestizione della stola e della casula.
Il Papa unge con il sacro crisma le palme di ogni ordinato, e gli consegna il pane sulla patena e il calice con il vino, preparati per la Messa; quindi scambia con ognuno l’abbraccio di pace.
La particolarità del momento, oltre l’importanza della consacrazione dei nuovi sacerdoti è il fatto che questo momento permette a Papa Leone XIV di indicare una specie di stile di vita sacerdotale ed ecclesiale. Nell’omelia sono vari gli spunti di riflessione e di approfondimento sul ruolo del sacerdote e della Chiesa.

Tenendo presente che l’identità del prete dipende dall’unione con Cristo sommo ed eterno sacerdote Papa Leone ricorda che “la profondità, l’ampiezza e persino la durata della gioia divina che ora condividiamo è direttamente proporzionale ai legami che esistono e cresceranno tra voi ordinandi e il popolo da cui provenite, di cui rimanete parte e a cui siete inviati”.
“Gesù non ci appare schiacciato dalla morte imminente, né dalla delusione per i legami infranti o rimasti incompiuti. Lo Spirito Santo, al contrario, intensifica quei legami minacciati. Invece di pensare al proprio personale destino, Gesù mette nelle mani del Padre i legami che ha costruito quaggiù. Noi ne siamo parte! Il Vangelo, infatti, è arrivato a noi attraverso legami che il mondo può logorare, ma non distruggere”.
Il sacerdote non deve mai dimenticare di essere parte del popolo di Dio e immerso in esso con una speciale vocazione. È necessario avere la consapevolezza che essere di Dio (servi di Dio e popolo di Dio) lega alla terra così come è, non a un mondo ideale, ma a quello reale fatto di persone in carne ed ossa, quelle concrete che Dio mette sul cammino del sacerdote.

A queste persone “consacrate voi stessi, senza separarvene, senza isolarvi, senza fare del dono ricevuto una sorta di privilegio. Papa Francesco ci ha messo tante volte in guardia da questo, perché l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”. La missione, l’annuncio del Regno, resta il compito fondamentale del sacerdote, ricordando con San Paolo che il sacerdote non è padrone, ma custode.
Ma non deve essere un annuncio solitario, deve aprirsi alla collaborazione dei fedeli: “Cristo si fida di noi, ci fa spazio. Anche noi Vescovi, coinvolgendovi nella missione oggi vi facciamo spazio. E voi fate spazio ai fedeli e ad ogni creatura, cui il Risorto è vicino e in cui ama visitarci e stupirci. Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini”.
Questa insistenza sul superamento dell’individualismo, del sentirsi un po’ protagonisti unici della pastorale, questo “fare spazio” riporta al “sentire l’odore delle pecore” ma richiama anche ad una comunione profonda tra le varie membra del Popolo di Dio.
Nel sottolineare che il popolo di Dio è “più numeroso di quello che vediamo” intende, forse, da una parte incoraggiare di fronte alla costatazione di un secolarismo che rende più “rarefatto il senso di Dio” con conseguente rarefarsi della pratica religiosa e dall’altro immergersi nella missione sapendo che il vero protagonista dell’azione di salvezza è il Cristo.

Per questo il Papa chiede con forza, richiamando San Paolo, la trasparenza della vita: “vite conosciute, vite leggibili, vite credibili. Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile”. In un certo senso è più facile chiudersi nel proprio orto sicuro, con pochi intimi, con grandi liturgie che rischiano di illudere.
Sono importanti le grandi manifestazioni, rincuorano, ridanno entusiasmo, ma non annullano i problemi per una nuova consapevolezza sacerdotale in un contesto storico totalmente mutato in pochi decenni sia per la diminuzione delle vocazioni sacerdotali che per l’indifferentismo religioso oggi imperante.
Non ci sono formule magiche. Si chiede umiltà per ridare credibilità ala Chiesa: “Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.
Nonostante tutto, con l’Ascensione il Cristo affida la sua Chiesa ai discepoli. Non sono perfetti, tutt’altro, ma da’ loro spazio. “Gesù Risorto ci mostra le sue ferite e, nonostante siano segno del rifiuto da parte dell’umanità, ci perdona e ci invia. Egli soffia anche oggi su di noi e ci rende ministri di speranza”.
Giovanni Barbieri



