Papa Paolo VI lo aveva indetto nel maggio 1974: fu lui ad aprire la Porta Santa il 24 dicembre

“Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire: grazie!”: Papa Francesco usò queste parole per descrivere nella messa di beatificazione il suo predecessore Paolo VI. Un uomo raffinato e audace, un Pontefice che potremmo forse dire “schiacciato” dal carisma che contraddistinse sia il suo immediato predecessore Giovanni XXIII, sia il suo successore Giovanni Paolo II.
Con il suo magistero seppe però guidare e tenere unita la Chiesa in tempi di rivendicazioni sociali e una sempre più profonda secolarizzazione, portando a termine il Concilio Vaticano II e richiamando sempre a seguire il Vangelo. Anche per questo il 23 maggio 1974, giorno dell’Ascensione, nella bolla “Apostolorum Limina” con cui fu indetto il Giubileo del 1975, Paolo VI espresse l’intenzione di dedicare l’Anno Santo al rinnovamento e alla riconciliazione.

Come ebbe a dire nel documento, a dieci anni dalla fine del Concilio Vaticano II avvertì essere queste le tematiche più significative, capaci di interrogare e di stimolare sia ogni persona come singolo, sia la Chiesa come comunità di fedeli, sia l’intera comunità umana. La cerimonia di apertura della Porta Santa si tenne come da tradizione la Vigilia di Natale, in occasione dei Primi Vespri.
Fu l’ultimo anno nel quale il Pontefice si avvalse del martelletto con il quale battere tre colpi sul muro che chiudeva la porta. La caduta di alcuni calcinacci d’intonaco, che fortunatamente non colpirono il Santo Padre, fece sì che a partire dai successivi Giubilei venisse modificato il rito, eliminando l’uso di tali strumenti e prevedendo solo un’apertura della Porta con la mano da parte del Pontefice.
Per capire il senso della tematica di quell’Anno Santo è emblematica la domanda che il Papa espresse in un discorso rivolto ai pellegrini accorsi a Roma, il 25 aprile: “Perché siete venuti?”
Molte le risposte valide, tra le quali però Paolo VI fece emergere l’idea del Giubileo innanzitutto come di un risveglio interiore, una ricerca di sé stessi: “Il Giubileo a questa essenziale realtà ci richiama: noi portiamo impressa in noi stessi una somiglianza, una parentela, una dignità, una bellezza divina. Non è questo il momento, l’occasione di prenderne coscienza? Questo è il primo risveglio dell’Anno Santo: il risveglio religioso, interiore, nostro!”

Uno degli scopi centrali del Giubileo fu poi la riconciliazione tra i cristiani. Da questo punto di vista si continuò il cammino tracciato a partire dal 1964, con lo storico incontro in Terra Santa con l’allora Patriarca di Costantinopoli Atenagora e l’abrogazione l’anno successivo delle reciproche scomuniche che risalivano al 1054, anno dello scisma d’Oriente.
Più di dieci anni dopo, in occasione del Giubileo, la partecipazione alla messa papale del 14 dicembre da parte del rappresentante del Patriarca, Melitone, si trasformò in un potente gesto di unità e umiltà, poiché il Pontefice al termine della celebrazione nella Cappella Sistina si chinò verso l’ospite fino a baciargli i piedi.
Anche all’intera comunità delle nazioni fu indirizzata da Paolo VI l’idea della riconciliazione, visto che da ormai trent’anni il mondo subiva la contrapposizione tra due blocchi di paesi contrapposti non solo da una diversa visione economica e politica, ma anche da una diversa visione della società e, di conseguenza, dell’uomo.
Proprio in quell’anno furono firmati gli accordi di Helsinki, risultato della conferenza sulla sicurezza che per due anni vide i paesi occidentali e gli stati comunisti sedersi ad un tavolo per riprendere il dialogo e ridurre le tensioni geopolitiche.
Il crollo delle dittature di stampo fascista nella penisola iberica ebbe come conseguenza la fine degli ultimi imperi coloniali di vasta portata in Africa: rimasero in mano europea alcuni piccoli territori per lo più insulari. Inoltre, sempre nel 1975 terminò l’ormai ventennale guerra in Vietnam, che si riunificò e divenne un regime comunista.
In Italia invece il Giubileo si inserì nel periodo degli anni di piombo, con una grande polarizzazione politica sfociata in quegli anni in episodi di lotta armata. La società vide però importanti cambiamenti: la riforma del diritto familiare sancì la parità legale dei due coniugi e introdusse di conseguenza il concetto di potestà genitoriale (al posto della patria potestà).
Anche la maggiore età, nel tentativo di coinvolgere i giovani nella vita pubblica e politica, fu portata da 21 a 18 anni. Al termine dell’Anno Santo Paolo VI esortò tutto il popolo cristiano a promuovere “la civiltà dell’amore”, basata sulla sensibilità per l’umanità che soffre fisicamente, socialmente, moralmente. “Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente”: disse.
A cinquant’anni esatti un’eco lontana di queste parole sembra giungere a noi. Oggi, guardandoci intorno, capiamo il nostro compito: farci portatori di quella civiltà, essere portatori d’amore.
Mattia Moscatelli



