Giubileo 2025: semi di speranza nel lavoro

Cosa c’è da sperare se si guarda al lavoro in tempo di Giubileo? Le notizie giungono contrastanti. Negli ultimi mesi il livello occupazionale in Italia è migliorato, ma non la qualità del lavoro: molti salari rimangono inadeguati alle attese e al costo della vita. È aumentata la richiesta di lavoro in alcuni settori, ma scoppiano a macchia d’olio crisi occupazionali senza precedenti. Il sito del Ministero delle Imprese indica più di 30 tavoli di crisi attivi. Talvolta in nome del profitto degli investitori finanziari si preferisce delocalizzare in aree del mondo a basso costo di manodopera e a bassa frequenza sindacale. Le famiglie piangono. Per molti lavoratori si prospetta un futuro nero. Non sempre è la mancanza di richieste da parte del mercato a minacciare la chiusura. Più cinicamente è il gioco finanziario a lasciare sul lastrico persone e territori. L’“usa e getta” nei confronti delle persone rende evidente un progetto di economia incivile che ha molto di disumano.

A questi atteggiamenti se ne aggiungono altri, per esempio in tema di sicurezza sul lavoro. Pure il lavoro giovanile non gode di buona salute. Diminuiscono i “Neet” (chi non studia né si trova in formazione professionale), ma il loro numero è al di sopra della media europea. Il Rapporto italiani nel mondo 2024 mostra che dal 2020 cresce il numero di chi sceglie di risiedere fuori dei confini nazionali. Il Sud resta la principale terra di partenza. Dobbiamo saper cogliere i fiori tra le crepe dell’asfalto. Ci sono imprenditori migranti che aprono partite Iva e giovani agricoltori che tornano alla terra con entusiasmo e stile innovativo.

Ci sono start up che si fanno strada e fanno scuola, cooperative sociali che creano opportunità per chi normalmente è escluso, imprese che scommettono sulla sostenibilità, imprenditori che si tengono stretti i loro dipendenti riconoscendo il valore delle loro competenze. Ci sono diocesi che continuano a investire sulla formazione giovanile grazie al Progetto Policoro. C’è speranza anche nel cambio culturale che porta giovani a dimettersi dal lavoro che non li soddisfa perché precario, sfruttato, indegno o pericoloso. Sono loro a sbattere in faccia ad adulti senza scrupoli il loro “le farò sapere”, che fino a ieri si sentivano rivolgere. A un’economia che non conosce soste, i giovani stanno dicendo che il lavoro non è tutto. Vuoi vedere che la società convinta che “il denaro non dorme mai” sente di nuovo il bisogno di alternare festività e ferialità? I giovani ci stanno facendo entrare dalla porta quello che abbiamo gettato dalla finestra. Possiamo riconoscere in questa esigenza di rallentamento, di riconoscimento della persona, di riposo dell’umanità un’istanza giubilare da raccogliere. direttore dell’Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei

Bruno Bignami –
direttore dell’Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei