A Parma le Barricate che respinsero la violenza del fascismo

Agosto 1922. Cent’anni fa, unica città in Italia, sconfisse gli squadristi inviati da Mussolini

Parma, agosto 1922. Barricata in via Nino Bixio

Nell’estate 1922 la presa del potere da parte di Mussolini era solo questione di tempo: l’organizzazione paramilitare delle milizie fasciste non era stata in alcun modo contrastata dallo Stato e il Partito Nazionale Fascista (PNF) si era avocato il diritto di stroncare le mobilitazioni dell’Alleanza per il Lavoro, la coalizione delle forze di sinistra contro le camicie nere. Le devastazioni di tipografie, camere del lavoro e circoli socialisti, le violenze e le occupazioni di municipi andavano avanti dall’anno precedente, in un clima di sfacciata impunità che fece del fascismo il protagonista incontrastato della politica nazionale.

Parma, agosto 1922. Barricate a Barriera Bixio

Di fronte allo sciopero nazionale che l’Alleanza del Lavoro proclamò per fine luglio “Contro le violenze fasciste” e “l’indifferenza dello Stato verso di esse”, Mussolini poteva ordinare a tutte le federazioni del PNF che “se a quarantotto ore dalla proclamazione dello sciopero il Governo non sarà riuscito a stroncarlo, i fascisti provvederanno essi direttamente”. In questo contesto, cento anni fa Parma fu la sola città italiana che ebbe ragione della violenza fascista, rimandando indietro le squadre giunte con lo scopo di metterla a ferro e fuoco.
Nel capoluogo emiliano la difesa popolare respinse 10 mila squadristi giunti dal parmense e dalle province limitrofe al seguito di Italo Balbo. La popolazione dei rioni Naviglio e Saffi, poco a est della stazione ferroviaria, e del quartiere dell’Oltretorrente, fronteggiò l’aggressione dal primo agosto, innalzando barricate e scavando trincee, con lo scopo di difendere ad oltranza le sedi delle organizzazioni proletarie e di quelle centriste.

Guido Picelli (1889 – 1937)

Gli squadristi tentarono più volte di superare i blocchi, devastando le zone centrali della città, meno difese – ne fecero le spese il circolo dei ferrovieri, gli uffici di numerosi professionisti democratici, le sedi del quotidiano locale Il Piccolo, la sede Partito Popolare – ma non le aree difese dalla popolazione che, seppur equipaggiata con poche e vecchie armi, partecipò attivamente agli scontri, comprese le donne che dettero un apporto fondamentale sia come combattenti che per l’organizzazione delle retrovie, in un’anticipazione di quello che sarà il movimento resistenziale di due decenni dopo.
Le autorità statali, resesi conto che la resistenza popolare avrebbe provocato una carneficina, si videro costrette a riprendere il controllo dell’ordine pubblico, negoziando la ritirata degli squadristi. Il rione Naviglio venne occupato dall’esercito il 4 agosto, a seguito di un accordo fra il prefetto Fusco e Balbo, mentre lo stato d’assedio militare fissato per le 24 del 5 agosto indusse le camicie nere a lasciare Parma prima dell’alba del 6 agosto, determinando il successo delle forze antifasciste.
Molti furono i fattori che determinarono la vittoria popolare: una borghesia agraria locale non del tutto allineata al fascismo come altrove, l’impermeabilità al fascismo di molti settori liberali e cattolici, come testimonia la morte sulle Barricate del consigliere comunale del PPI Ulisse Corazza, uno dei cinque morti del fronte antifascista in quei giorni (39 saranno invece i morti tra gli squadristi). Agivano poi a Parma, da tempo, sostenitori dell’interventismo di sinistra come il lunigianese Alceste De Ambris e altre formazioni come la “Legione Proletaria Filippo Corridoni”. Ma determinante fu soprattutto la sagacia militare degli Arditi del Popolo, una formazione di matrice socialista internazionalista, capeggiata da Guido Picelli, che nel quartiere proletario dell’Oltretorrente trovò un ampio serbatoio di reclutamento. Il quadrumviro Balbo tornerà in visita ufficiale a Parma nel 1933, all’indomani della trasvolata oceanica che gli diede fama internazionale. Secondo una tradizione popolare, su un muraglione spondale del torrente Parma vicino al Ponte di Mezzo, porta di accesso all’Oltretorrente, comparve un’irridente scritta in dialetto: “Balbo t’è pasè l’Atlantic mo miga la Pèrma” (“Balbo, hai attraversato l’oceano ma non il Torrente Parma”): una frase ricomparsa sugli stessi muri negli anni ’60, decine di volte cancellata e ridipinta e divenuta icona delle Barricate di Parma.

L’anima popolare ancora viva dell’Oltretorrente

La scritta sul muraglione spondale del torrente Parma nei pressi del Ponte di Mezzo. Secondo una tradizione popolare apparve per la prima volta nel 1933. Cancellata, è stata più volte riproposta nel corso dei decenni

Il quartiere Oltretorrente in cui il fascismo patì un’umiliante ritirata, negli anni della dittatura fu oggetto di una subdola vendetta politica mascherata da quella che oggi gli architetti chiamerebbero un’operazione di “rigenerazione urbana”: diversi isolati di un quartiere povero e popolare sin dai tempi del Ducato, separato dalla città nobile dal greto del Parma, furono abbattuti per le manifeste condizioni di fatiscenza degli immobili.
I tremila abitanti di Borgo Minelli e dei suoi anfratti, su cui sorse l’attuale via della Costituente, furono spostati in 8 siti costruiti appositamente nella prima periferia della città: fabbricati a forma di capannone, dentro i quali, senza corrente elettrica, con bagno in comune, in unità abitative divise tra loro in maniera precaria e costituite da una sola ampia stanza, in cui gli abitanti vivranno in condizioni di promiscuità e diffusa miseria fino agli anni ’60: il termine “capannone” in città assume ancor oggi il significato di persona rozza, triviale e violenta. L’operazione politico-urbanistica “benedetta” da Mussolini in persona nel 1927, tuttavia, non ha di molto modificato l’urbanistica e l’anima del quartiere “di là dall’acqua”.
Oggi come allora l’Oltretorrente è quartiere di servizio alla città: è qui che sono state costruite le principali scuole superiori, in via Maria Luigia, il polo universitario di via d’Azeglio, il capolinea tranviario di Piazzale Barbieri, la storica casa di riposo “Romanini” e dove si trovava l’ospedale cittadino prima della costruzione del Maggiore. Ma i borghi e le strade delle Barricate, oltre ad ospitare emergenze artistiche di tutto rispetto come il Giardino e la Villa Ducale, la seicentesca chiesa di Santa Maria del Quartiere o la casa natale di Arturo Toscanini, per le caratteristiche immobiliari, continuano ad essere anche, oggi come allora, il quartiere di primo approdo di chi arriva a Parma per lavorare nelle industrie locali: dall’Appennino, nel secondo dopoguerra, successivamente dal Mezzogiorno e poi dall’estero; ed è qui che soggiornano gran parte degli studenti fuori sede dell’ateneo cittadino.
Queste due caratteristiche hanno contribuito a mantenere, anche se in modi diversi, l’anima popolare e i fermenti sociali dell’Oltretorrente di cento anni fa: le osterie sono state sostituite dalla “movida” e dai locali etnici, l’attivismo politico, non del tutto sopito, è stato affiancato da laboratori artistici e culturali, le attività caritatevoli che ebbero a cavallo tra Otto e Novecento come protagonista padre Lino Maupas proseguono nelle due mense dei poveri del convento francescano dell’Annunziata e della Caritas, mentre comitati di cittadini promuovono l’integrazione e combattono il degrado emerso da quando il quartiere ha subito la crisi del tessuto del commercio al minuto ed le amministrazioni comunali che si sono succedute non sono state capaci di progettare, nel cambiamento d’epoca degli ultimi decenni, politiche in grado di conservare la natura inquieta e popolare del rione delle Barricate. (d.t.)

(Davide Tondani)

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