A Monzone ha chiuso anche l’ultima bottega

Nella frazione fivizzanese non c’è più un negozio di alimentari. Una situazione che accomuna tanti piccoli borghi

A Monzone non c’è più neppure una bottega di alimentari. L’ultima, un mini market situato nel centro del paese, ha chiuso l’attività a fine giugno a seguito del pensionamento dei proprietari, la famiglia Mastrini, da più decenni presente nel settore commerciale, prima a Campiglione, poi a Monzone. Nessuno, ad oggi, si è fatto avanti per riaprire l’esercizio. è questo uno dei segni dei profondi mutamenti avvenuti nel paese, tali da renderlo irriconoscibile agli occhi di chi vi ritornasse dopo averlo lasciato, per esempio, trenta o quaranta anni orsono. Nel Ponte non troverebbe più la bottega e la macelleria di Maria e di Andrea Damiani, con l’adiacente osteria, ma neppure l’alimentari della Licia, che aveva rilevato la licenza per traferirla in altri locali nelle vicinanze, come aveva fatto la famiglia Giorgini per la macelleria. Ad un centinaio di metri di distanza, in via Riolo, la signora Zelinda Cecchini, con il marito Paita Amato, gestiva un’altra bottega di alimentari, poi chiusa come quelle presenti in via Cesare Battisti, alla Mancina; ben quattro, le più “antiche” di Emilia Nobili e di Italia Cecchini e, poi, la Cooperativa e quella della Mimì Bombardi. Uguale sorte, nella stessa strada, per la macelleria di Nino Damiani, poi di Silvano Bonotto, e dell’unica bottega di Monzone Alto. Non è diversa la storia di questo aspetto della vita quotidiana negli altri paesi della Valle del Lucido: Tenerano, Aiola, Mezzana, ecc. dove alcuni decenni fa, durante l’estate, accompagnavamo, su una vecchia giardinetta, l’amico Piero, detto Pierone per la sua stazza fisica, figlio del fornaio Trieste Lunini, a consegnare ceste piene di pane alle varie botteghe. Ci sono eccezioni, prima fra tutte Gragnola ed anche alcuni eroici paesini come Colognola e Lorano, speriamo di lunga durata. Sulle cause di questo stato di cose si potrebbero ripetere le analisi di esperti studiosi per territori simili, che parlano di calo demografico causato dall’emigrazione alla ricerca di lavoro (il Comune di Fivizzano è passato in pochi decenni da più di 13.000 abitanti agli attuali 7.500), dell’invasione dei supermercati nei maggiori e non troppo lontani centri in Lunigiana, del desiderio delle persone di abbinare la spesa alla passeggiata davanti alle vetrine dei negozi e di altre ancora. La conseguenza di tutto questo è l’impoverimento della qualità e della quantità dei servizi in zone già svantaggiate, a danno, in particolare, degli anziani, che costituiscono una grande parte della popolazione. Avvalora questa malinconica situazione anche la non riapertura, della Scuola dell’Infanzia di San Terenzo Monti. Evidentemente l’accorata lettera del sindaco Gianluigi Giannetti e del rappresentante dei genitori della Scuola alle Istituzioni scolastiche competenti, affinché fosse mantenuta in vita in deroga alla legge dei numeri di bambini iscritti (7), non ha avuto l’accoglienza sperata. Grande è stata la delusione del paese e delle maestre, espressa in uno scritto di una di loro, Serena Nista: “Il piccolo borgo rimarrà definitivamente in silenzio…. Muore un plesso in un ambiente legato alle tradizioni rurali e alla storia locale, che a San Terenzo ha conosciuto momenti drammatici…”. Non manca uno sfogo critico verso l’Amministrazione Comunale, “troppo impegnata, a suo giudizio, nelle manifestazioni socio-culturali, a scapito della salvaguardia della scuola”.

Andreino Fabiani