L’omelia di mons. Corrado Sanguineti nella seconda serata del triduo

Provare a cogliere il messaggio racchiuso nella vostra storia, benedetta da Maria. Messaggio contenuto anche nel duplice titolo con cui è onorata la Vergine: Madonna del Popolo e Assunta al cielo.
Innanzitutto, carissimi, nella vostra storia – come in quella di tanti luoghi, città, borghi d’Italia e d’Europa – è inscritta la memoria di una concezione della vita, un tempo diffusa e condivisa e che oggi, invece, tende a essere sempre più lontana ed estranea nella vita e nel sentire comune delle persone. Una concezione della vita, fratelli e sorelle, in cui era normale, familiare la presenza di Dio, la presenza di Cristo, il Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge, come abbiamo appena ascoltato dalle parole dell’apostolo Paolo; il Figlio di Dio nato nella nostra carne, nella nostra storia, come volto umano del Padre, come compagni fedele di Dio a noi uomini. Ed era familiare anche la presenza della sua dolcissima e santissima Madre, la Vergine Maria.

Ecco, si tratta di una concezione, di un modo di vedere, di sentire, di trattare tutto dominato dalla fede, cioè dal riconoscimento intelligente e umile che non siamo noi i signori della vita, ma noi siamo nelle mani di un altro, come creature da lui amate. Per cui era naturale, di fronte anche alle grandi prove, come le calamità naturali o le epidemie, un tempo frequenti, leggere in questi avvenimenti un segno, un richiamo di Dio e invocare l’intercessione di Maria. Così era il sentire comune, che, appunto, è espresso dalla vostra storia. Un sentire comune che nel nostro tempo si è molto affievolito: pensate per esempio a come abbiamo vissuto la circostanza imprevista di questa pandemia in questi ultimi due anni, anche se certamente non sono mancate preghiere, soprattutto nei primi mesi, quando eravamo chiusi in casa ma se ci fate caso, nel discorso pubblico e comune non c’è stato nessun riferimento a Dio: tutto è affidato alle capacità dell’uomo; alla diffusione, ovviamente anche giusta e utile, dei vaccini; ai progressi della scienza e della medicina; dimenticando che in tutte queste espressioni dell’agire umano – la scienza e la medicina – noi mettiamo a frutto doni che ci sono stati dati: il dono dell’intelligenza, anche il dono di certe risorse che impariamo a valorizzare nella natura; la possibilità che abbiamo, come creature intelligenti, di leggere, di comprendere , almeno in parte, la complessa struttura della realtà, dell’organismo umano. Pensate anche ora, in questi giorni, segnati dal caldo e dalla siccità che sta colpendo tante parti d’Italia: sembra che non ci sia spazio per il gesto umanissimo della preghiera che invoca l’aiuto di Dio; certo un aiuto che non ci dispensa dalle nostre responsabilità verso il rispetto della natura, per l’amministrazione delle risorse idriche. In fondo, fratelli e sorelle, se ci pensate bene, noi viviamo come se tutto ci fosse dovuto e non “dato”; come se tutto fosse in mano nostra. È la presunzione un po’ miope di uno sguardo che non sa più vedere la realtà, il mondo, la vita come un segno, come dono di un altro. Allora, fare memoria di questo voto di 400 anni fa, come state facendo in questi giorni, non è evocare una sorta di rimpianto nostalgico, infecondo un passato “cristiano” che non c’è più e che aveva evidentemente i suoi lati oscuri. Non è , tanto meno, sognare il ritorno a una cristianità in cui la vita, anche sociale e politica, era congiunta con la vita della fede e della Chiesa. Questo ritorno, carissimi fratelli e sorelle, non soltanto è impossibile, ma sarebbe anche ingiusto, non rispettoso del carattere plurale della nostra società e contrario a quella sana laicità che rappresenta una posizione positiva della modernità e che ha le sue radici proprio nel Vangelo, nella distinzione tra ciò che è di Dio e e ciò che è di Cesare.

Allora, fare il rinnovo di questo voto è occasione per custodire e direi rinnovare la gratitudine di una storia nella quale avete potuto sperimentare più volte la presenza e la tenerezza materna di Maria e sentire, allora, il compito urgente di riscoprire la fede come una scelta personale e convinta, come un riconoscimento amoroso di Cristo e del Padre e del nostro essere figli amati, come appartenenza vissuta a un popolo in cammino, a una comunità credente, che vive dentro il mondo, senza però essere del mondo, senza seguire la logica, la mentalità del mondo: quella che Papa Francesco chiama la mondanità.
E ricordiamoci che senza un popolo cristiano – fosse anche un piccolo gregge – di uomini e donne che vivono la fede e che cercano di camminare insieme, senza l’esistenza reale del santo popolo di Dioin cammino dentro il tempo e la storia, non c’è nessuna Chiesa sinodale – “in cammino” – un popolo in cammino. Se non c’è un popolo cristiano, non c’è sinodo, non c’è “cammino insieme”. Allora, fare memoria di questo voto è ricordare la grazia di una storia, che adesso può continuare, se ci saranno ancora adesso uomini e donne cristiani che vivono la fede, che la alimentano e che la testimoniano.

A questo ci richiama anche il bellissimo titolo con cui chiamate Maria: Madonna del Popolo. È bello questo titolo perché Maria è proprio così: è una madre che si china sui suoi figli; è una signora – Madonna, Mea Domina – che però ama stare in mezzo al suo popolo; non è una regina distaccata e lontana, è, invece, una madre che convoca e raduna intorno a sé un popolo, anzi, spesso lo ricostruisce, lo fa rinascere quando è un po’ disperso e confuso, soprattutto in quei luoghi segnati dalla sua presenza materna. Proviamo a pensare che cosa sarebbe la nostra Italia, la nostra Europa, senza quei polmoni vitali che sono i santuari mariani: piccoli e grandi, antichi e recenti, noti e nascosti. Senza questa rete di luoghi, dove Maria raduna un popolo, come saremmo ancora più dispersi e confusi di quanto non rischiamo di essere oggi. Ed ecco, allora, il secondo invito che la Madonna rivolge a tutti: “Siate il mio popolo, non lasciatevi disperdere nel mondo, raccoglietevi intorno a Gesù, mio Figlio, intorno al suo Vangelo, intorno all’Eucaristia, celebrata, partecipata con fedeltà ogni domenica. Siate un popolo credente, che si apre a tutti, che incrocia e intesse la vita quotidiana della gente, un popolo di discepoli missionari, che testimoniano e vivono la gioia del Vangelo e la bellezza della fede. Se sarete miei, mio popolo, non avrete paura di nulla; attraverserete ogni tempo, ogni prova senza perdere la speranza”. Ed è proprio così, come amava ripetere il papa emerito Benedetto XVI: “Chi crede non ha mai paura, chi crede non è mai solo”, non cammina solo nella vita, cammina dentro un popolo.

Infine, cari fratelli e sorelle, onorare Maria come “Assunta in cielo” è confessare la forza e la realtà della Pasqua di Cristo perché l’assunzione della Vergine Santa alla gloria del cielo possiamo dire che è la Pasqua di Maria, è la sua singolare partecipazione alla Pasqua di Cristo, alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Allora, noi celebriamo, riconosciamo nel Signore risorto, che associa sua madre alla gioia piena del cielo l’anticipo, l’annuncio del nostro destino, di noi che siamo creature mortali ma chiamate a vivere per sempre in Dio e di Dio. Quanta saggezza di fede ha avuto la Santa Chiesa nell’intitolare alla Vergine Assunta questa chiesa madre della diocesi, sede della cattedra del vescovo, segno di comunione; una chiesa particolare: luogo dove il popolo di Dio si raccoglie intorno al suo pastore. Il richiamo all’Assunzione di Maria, a questa madre regina, che ora vive in cielo, in anima e corpo, nella sua umanità trasfigurata dalla gloria, è davvero un potente annuncio di ciò a cui siamo chiamati perché Maria Assunta, figura di tutta la Chiesa, è già ciò che noi saremo. Per questo il Concilio dice che Maria è segno di consolazione e di sicura speranza; Maria è profezia e promessa della vita piena, senza fine, eterna, inesauribile, che ci attende oltre il tempo e la morte.

Come amava dire una santa dei nostri tempi, la serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, questa giovane mamma, romana, morta nel 2012, di cui è in corso il processo di beatificazione, scriveva: “Siamo nati e non moriremo più”.
L’Assunta ci dice: “È proprio vero: siamo nati per non morire più”. E quanto abbiamo bisogno, fratelli e sorelle, di riscoprire questo orizzonte eterno della vita per non soffocare nei limiti temporali dell’esistenza, che come esistenza biologica è destinata a spegnersi; per ritrovare ciò che dà gusto, respiro a ciò che viviamo, agli affetti, alle relazioni, che danno sapore e senso ai nostri giorni; per amare con cuore libero ogni cosa e ogni persona, senza attaccamenti disordinati, senza pretesa di possesso, che alla fine genera amarezza e violenza. Provate a pensare a quando guardiamo il volto di una persona amata: il volto di un bimbo, di uno sposo o di una sposa; come è diverso guardare quel volto sapendo che quel volto non morirà più, è per sempre, non è destinato a finire nel nulla.
Allora, fratelli e sorelle, nella memoria grata del voto fatto 400 anni fa dai vostri padri, lasciatevi prendere per mano da Maria, Madonna del Popolo; siate sempre più popolo di Dio in cammino nella storia con speranza e con passione e guardando alla Vergine, assunta nella gloria, non perdete mai l’orizzonte pieno della vita come pellegrinaggio verso il cielo.



