Il voto è anzitutto una promessa, quella “deliberata e libera di un bene possibile e migliore fatta a Dio”. Può essere fatto in un momento di difficoltà o di pericolo, ma è comunque il modo con cui ci si affida alla Provvidenza divina. è il segno tangibile e concreto con cui si esprime la fede semplice
Cos’è un voto? Ed è ancora comprensibile quello con il quale la cittadinanza di Pontremoli, nel 1622 si rivolse alla Vergine Maria, venerata come Madonna del Popolo, per essere liberata dalla peste? La Chiesa Cattolica col suo Codice di Diritto Canonico ci viene in aiuto, offrendo una definizione di “voto”: è “la promessa deliberata e libera di un bene possibile e migliore fatta a Dio” (canone 1191). Il voto è anzitutto una promessa. Da questo punto di vista, si potrebbe cercare di comprenderne il significato e il funzionamento a partire dalla psicologia sociale o dalla psicopedagogia, come ha fatto Herbert J. Schlesinger con uno studio del 2008, Promises, Oaths and Vows. Psychology of Promising (Promesse, giuramenti e voti. Psicologia del promettere). Le promesse, infatti, sono parti fondamentali dell’esperienza umana: si pensi a quelle che si scambiano gli sposi, a quelle dei genitori ai figli, o, ancora, a quando i bambini giurano di essere più bravi non disobbedendo al padre o alla madre; particolarmente interessanti, poi, sono le promesse dei politici in campagna elettorale. Ovviamente, molte promesse non si realizzano; per questa ragione il citato psicologo newyorkese giunge alla conclusione che mantenere una promessa è un segno di vera e propria maturità morale.

Nel Codice di Diritto Canonico, però, più avanti, è scritto anche che il voto è un atto religioso e di culto, con il quale cioè ci si rivolge a Dio, come quando il popolo santo prega celebrando la liturgia delle ore (la preghiera della Chiesa), oppure venera la Beata Vergine Maria o si rivolge ai santi. È da questo punto di vista che la promessa fatta nel Seicento dai pontremolesi può essere meglio compresa, tornando cioè a leggere la Bibbia. Nel Primo Testamento si trovano diverse storie di persone che hanno fatto voti, e una delle più significative è quella dell’eroe eponimo delle dodici tribù di Israele, Giacobbe. Appena partito per un viaggio si rivolge al Signore così: “Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio. Questa pietra, che io ho eretto come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai, io ti offrirò la decima” (Genesi 28,20-22). Anche nel Nuovo Testamento si parla di voti. L’Apostolo delle genti, Paolo, ne fa uno, secondo quanto si legge nel libro degli Atti degli Apostoli: “A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto” (At 18,18; si veda anche At 21,23, dove si parla di altri che hanno fatto un voto). Tecnicamente, quello di Paolo è un “voto di nazireato”, che prescriveva il lasciarsi crescere i capelli o l’astenersi dal vino, o altro ancora, come si vede da un passo del libro dei Numeri: “Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; finché non siano compiuti i giorni per i quali si è votato al Signore, sarà sacro: lascerà crescere liberamente la capigliatura del suo capo” (Nm 6,5). Da questo episodio si capisce, tra l’altro, che Paolo era davvero un osservante della Legge, e che potrebbe avere deciso di fare il voto per una qualche ragione grave. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nel I sec. d.C., scriveva, infatti, che “è costume che chi è afflitto da una malattia o da qualche altro male faccia voto di astenersi dal vino e dal radersi le chiome per trenta giorni prima di quello in cui dovrà offrire sacrifici” (Guerra giudaica 2,15).
Anche solo leggendo questi veloci riferimenti biblici comprendiamo che il voto è un vero e proprio atto di fede, che esprime un rapporto fiduciale tra chi lo emette e il Signore che compie quanto richiesto. Vi è però nella Bibbia un caso del tutto speciale, documentato nel libro dei Giudici, quello del voto di Iefte, che aveva come oggetto della promessa la vita di un’altra persona, sua figlia. Vale la pena soffermarsi su questa curiosa vicenda.
La vicenda di Iefte è tragica sin dalle premesse: figlio di una prostituta, per questa ragione è rifiutato dai suoi; vive una vita di espedienti in Transgiordania, aggregando alcuni sfaccendati, fin quando viene richiamato dagli anziani della sua famiglia – essendo egli un prode guerriero – a difendere la terra dall’invasione degli Ammoniti. Per poter svolgere l’immane compito, fa un voto: quello di offrire a Dio chi per primo sarebbe uscito dalla porta della sua casa venendogli incontro al ritorno dalla guerra. Ed ecco il colpo di scena, che assume i contorni paradossali di una tragica ironia: Iefte libera gli Israeliti dall’oppressione degli Ammoniti, che come i loro vicini sacrificavano i loro figli alle loro divinità, ma poi dovrebbe sacrificare a Dio – un Dio che non accetta i sacrifici umani – la prima persona che esce dalla sua casa, ovvero la figlia che esce ad accoglierlo! Non possiamo entrare nella complicata questione dell’interpretazione di questo testo, segnaliamo solo che, almeno secondo alcuni rabbini, la figlia di Iefte non verrà poi sacrificata, ma si impegnerà essa stessa a non sposarsi, per far mantenere al padre il voto fatto.

Per un aspetto il voto di Iefte ricorda quello di Lucia Mondella de I Promessi Sposi, quando – rapita dall’Innominato a causa del capriccio di don Rodrigo – promette a Dio di non sposare Renzo se avrà salva la vita. Il suo voto, ricordiamo, verrà poi sciolto da padre Cristoforo, che riconoscerà in esso un’imperfezione, ovvero il coinvolgimento di un’altra persona (proprio quanto era successo nel caso di Iefte, che aveva coinvolto la figlia): “Il Signore – dirà il frate cappuccino a Lucia – gradisce i sagrifizi, l’offerte, quando le facciamo del nostro… Ma voi non potevate offrirgli la volontà d’un altro, al quale v’eravate già obbligata” (I Promessi Sposi, XXXVI).
A tale riguardo, e per concludere, ci torna in aiuto il diritto canonico: secondo il Codice, “il voto non obbliga se non chi lo emette” (canone 1193), e dunque non possono essere altri a pagarne il peso e le conseguenze. Torniamo a riflettere sul voto fatto dai Pontremolesi nel 1622 per essere liberati dalla peste, raccogliendo gli elementi su cui ci siamo soffermati finora. Un voto dal punto di vista religioso è la libera promessa con la quale ci si impegna con Dio a fare qualcosa. Il racconto del voto di Giacobbe o di Iefte però potrebbero far pensare che Dio esiga qualcosa in cambio per poter concedere una grazia, e quello di Lucia sembra della stessa specie: per essere liberata dall’Innominato, promette di non sposare Renzo. Se fosse così, si tratterebbe solo di un “do ut des”; ma c’è di più. Il voto può essere fatto in un momento di difficoltà o di pericolo – la peste o, nel caso del patriarca Giacobbe, un lungo viaggio – ma è comunque il modo con cui ci si affida alla Provvidenza divina: è il segno tangibile e concreto con cui si esprime la fede semplice. Il voto di una intera popolazione, come quello dei pontremolesi alla Madonna del Popolo, ha poi alcune altre caratteristiche che, dal punto di vista teologico, possiamo mettere in rilievo.

La più evidente è che il voto era alla beata Vergine Maria, ma, in ultimo, era rivolto a Dio. La Madre del Signore è colei che intercede presso il suo Figlio Gesù, il quale raccoglie le nostre preghiere e le rivolge al Padre. Ogni preghiera a Maria non si ferma alla sua persona, perché la Madre conduce al Figlio, e il Figlio al Padre.
Una seconda caratteristica del voto del 1622 è la sua dimensione corporativa: è l’espressione di una fede comune e popolare. Papa Francesco, nel 2013, nella sua Evangelii gaudium dedica alcuni importanti paragrafi (122-126) alla religiosità popolare, che – scrive – possiede una grande forza evangelizzatrice, perché guidata dallo Spirito Santo. Citiamo solo un passaggio dall’Esortazione postsinodale, che ci permette tra l’altro di giungere ad un’ultima osservazione; scrive infatti il Papa: “Nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi” (123). La religiosità popolare, quindi, nella quale possiamo inserire anche i voti ai santi, è un modo con cui il vangelo passa di generazione in generazione. Il voto pubblico di un intero paese è, infine, un atto civico intergenerazionale, che oltrepassa i secoli e che ancora oggi, nel 2022, invita, dopo quattrocento anni, a riflettere sulla tragedia (una pandemia!) avvenuta una volta, e che anche la nostra generazione ha vissuto da vicino, sulla propria pelle, con il Covid-19. Il duomo di Pontremoli, con la sua venerata statua della Madonna del Popolo, è un piccolo-grande segno che racconta a chi lo visita la storia delle sofferenze di chi ci ha preceduto, e di una fede che ci è stata consegnata. I miei genitori, pontremolesi (mia madre abitava in Via della Bietola, e papà a Vignola), parlando a me, nato a Milano, della Madonna del Popolo, mi hanno consegnato la memoria di una fede semplice, l’esempio di una serietà che si esprimeva nel mantenere le promesse, e la certezza che Dio non abbandona i suoi figli nei pericoli.
Giulio Michelini
Frate minore
Docente di esegesi del Nuovo Testamento
Preside dell’Istituto Teologico di Assisi



