La chiesa parrocchiale di San Rocco in Gravagna

La ricerca di Mauro Zamarioni in occasione del primo centenario della creazione della parrocchia

La facciata della chiesa parrocchiale di Gravagna San Rocco

In un’epoca di paesi sempre più spopolati, ben vengano pubblicazioni che ricordano come in tempi vicini la situazione fosse ben diversa; è il caso della pubblicazione La Chiesa Parrocchiale di San Rocco in Gravagna, frutto della scrupolosa ricerca di Mauro Zamarioni nel primo centenario della creazione della parrocchia, il 21 agosto 1921.
Gravagna è sempre stata una popolosa comunità di montagna, tra le più abitate del nostro Appennino. I censimenti, soprattutto quelli a cavallo tra XIX e XX secolo, testimoniano come la popolazione avesse raggiunto l’apice iniziando poi a invertire la tendenza per la sempre più forte emigrazione. Nel 1881 Gravagna contava 882 abitanti; venti anni dopo erano già scesi a 711: sempre tanti. Nel primo caso risultavano lontane 210 persone (49 all’estero), nel secondo 72 (5 all’estero): dunque chi era emigrato viveva ormai stabilmente lontano dal paese e aveva trasferito altrove la residenza. Ma avrebbe continuato a portare Gravagna nel cuore e, quando possibile, a rientrare per brevi soggiorni.
Fino al 1921 le comunità locali erano unite in un’unica parrocchia con una sola chiesa parrocchiale, quella di San Bartolomeo al Montale. A San Rocco un oratorio era fin dal 1731, costruito dagli abitanti per tenere fede al voto a cui la comunità si era “obbligata” in occasione della pestilenza del 1630. Mauro Zamarioni ricorda sia le vicende della travagliata costruzione dell’oratorio, sia le motivazioni che portarono i fedeli di San Rocco a chiedere il riconoscimento di chiesa parrocchiale visto che qui la Messa si celebrava solo nei mesi più duri dell’inverno, quando il freddo era più intenso e la neve così alta da rendere quasi impossibile raggiungere la chiesa di San Bartolomeo.

Il campanile di Gravagna San Rocco

Nell’estate 1921 il vescovo di Pontremoli, mons. Angelo Fiorini, firmò la “bolla di erezione ecclesiastica” e San Rocco divenne chiesa parrocchiale “smembrata dalla Parrocchia Madre di San Bartolomeo”. Primo parroco fu don Michele Rabino che qui rimase fino al 1927 prima di essere trasferito a San Terenzo Monti dove venne ucciso dai nazisti nel luglio 1944. Con quel trasferimento fu nominato economo spirituale il parroco della vicina San Bartolomeo, don Massimo Micheloni, che lo rimase per dieci anni fino alla nomina di don Carlo Paolini che resse la parrocchia per un altro decennio, vivendo anche i terribili mesi dell’occupazione nazifascista.
Il dopoguerra è un lungo susseguirsi di lavori di ristrutturazione della chiesa che l’autore descrive in modo dettagliato. Una certa emozione suscitano le informazioni relative al contributo, generoso e costante, degli emigrati in America tra i quali sembra quasi accendersi una gara di solidarietà verso quella chiesa lontana. Rimesse che continueranno per tutti gli anni Cinquanta, nel decennio successivo e ogni volta che fosse necessario l’acquisto di arredi o il rifacimento del tetto o della facciata.
“Una storia semplice – scrive Zamarioni – ma con tanti autori… su tutti i parroci… Non si possono però scordare i ‘gravagnotti’ un popolo legato in maniera indissolubile alla propria terra e alla propria storia, capace di essere presente e vivo pur vivendo in terre tanto lontane”. Paolo Bissoli

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