I giovani sono un bene prezioso

Desiderano partecipare e contare. “Non persone in attesa in parcheggi comodi”

Parcheggiati, e pure comodamente; no, per Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa di Roma, i giovani hanno desiderio di partecipare e vogliono contare. È il caso del movimento Friday for future e della giovane attivista Greta Thunberg o della grande partecipazione al Salone del libro di Torino.
Anche perché, come spiega al Sir, una società che non pensa ai giovani non sa guardare nemmeno al proprio futuro.

Ma che tipo di società stiamo costruendo? “La popolazione italiana – spiega – è formata soprattutto da adulti, i giovani sono una quota sempre più sottile. La nostra società ragiona sul conservare il presente e i giovani sono visti come persone da proteggere, non come coloro a cui affideremo il futuro. Li manteniamo fuori dal gioco il più a lungo possibile. Basta dire che chi ha superato i 30 anni viene ancora dai media considerato un ragazzo. Non renderli protagonisti è un elemento che ci dice come il giovane non sia percepito come il futuro. Del giovane percepito come futuro accettiamo anche il fatto che non sia d’accordo con noi”.
“Occorre riprogettare il nostro modo di pensare ciò che i giovani possono dare – continua – perché chiedere loro molto è un segno di profonda fiducia nelle loro potenzialità. Don Milani sapeva che i ragazzi potevano dare e chiedeva loro tanto. I giovani devono percepire che la società li considera beni preziosi e non persone in attesa in parcheggi comodi. Spesso viviamo come se il mondo finisse con noi. Se gli adulti non sognano il futuro hanno un rapporto sbagliato con i giovani che fanno parte del futuro”.
I giovani hanno poi risposto bene anche alla richiesta di vaccinarsi contro il Covid-19, ma una parte della popolazione, specie gli adulti, non condivide e rifiuta il vaccino.
“Queste persone – spiega al Sir – rifiutano la scienza perché hanno sistemi di orientamento e di valore spesso fondati su una base emozionale e non razionale. C’è una carenza culturale di fondo. Domina la paura e infatti le persone che non si vaccinano spesso lo fanno perché hanno paura. Negli ultimi anni la paura ha orientato la vita di molte persone perché molte proposte politiche l’hanno lanciata o cavalcata per ottenere consenso. Oltre a questo la scienza è diventata l’unica motivazione a sostegno della scelta di un comportamento sociale. Questo perché a mio avviso, c’è stata l’abdicazione della politica dal proprio ruolo attribuendo le scelte alla scienza. Occorre invece chiedersi: in quale progetto di vita o progetto di uomo utilizziamo il sapere scientifico? Ci siamo ridotti a pensare che tutte le risposte siano date dalle scienze e che tutti gli altri saperi siano di serie b ma non è così. Basti pensare alla medicina in cui si dà importanza al farmaco mentre la cura è fatta anche dalla relazione. Occorre collocare le indicazioni della scienzae in un discorso più ampio, capace di rivolgersi sia alla razionalità delle persone che ai loro vissuti e esistenziali”.
    
(E. G. – Agenzia Sir)

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