Con la relazione dell’arcivescovo di Bologna si è aperto il cammino sinodale della nostra Diocesi. Nonostante la temporanea assenza di un vescovo titolare, il cammino sinodale è un’opportunità, che dovrà essere vissuta pienamente

Non giudicare, ascoltare (e ascoltarci), essere uomini e donne di speranza: sono questi gli atteggiamenti che il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha indicato come necessari per una Chiesa aperta all’ascolto e all’uscita missionaria. Nella Relazione fondativa del cammino sinodale, tenutasi al Convegno Pastorale Diocesano, lo scorso 29 settembre, davanti ad una affollata platea – ovviamente nei limiti delle norme anticontagio – di laici e presibiteri radunati nella chiesa parrocchiale di Maria SS. Mediatrice ad Avenza, il Cardinale ha esortato ad una conversione missionaria ben specificata in uno dei passaggi del suo intervento: “Cambiamo, ma cambiamo per amore, per amore di quelle tante ‘Samaritane’ che hanno sete dell’incontro con Dio, attuando quella conversione pastorale e missionaria che ci chiede Papa Francesco”.
Nella sua prolusione, quasi tutta a braccio, il cardinale, riferendosi alla situazione della Chiesa diocesana, ha aggiunto che il tempo della sede vacante, nell’attesa del nuovo vescovo, è “un periodo dove ritrovare se stessi, perché chiunque verrà troverà una Chiesa più viva, più consapevole e più piena dello Spirito”. Anche per la Chiesa apuana, pur nella temporanea assenza di un vescovo titolare, il cammino sinodale è un’opportunità, che dovrà essere vissuta pienamente. Il brano evangelico dell’incontro di Gesù con la Samaritana, adottato dall’Amministratore apostolico Ambrosio nella sua recente lettera pastorale, è stato il filo conduttore della riflessione del pastore della Chiesa bolognese.
Zuppi ha sottolineato come l’incontro della Samaritana con Gesù al pozzo di Sicar sia adatto per intraprendere il cammino sinodale, caratterizzato dallo stile dell’ascolto: “il cammino sinodale significa uscire da se stessi, andando incontro agli altri; è un percorso che chiede di ascoltarci e di ascoltare”. Sullo sfondo del percorso che la Chiesa italiana si appresta a vivere, c’è la fine della cristianità. Non è più il tempo in cui “se sei italiano, sei naturalmente cristiano”.
I cattolici sono un piccolo resto (di cui, ha sottolineato Zuppi “quel che rimane è lievito”) che vivono nella tensione tra il chiudere il deposito della fede nella fortezza dell’identità da difendere ad oltranza o, all’opposto, aprirsi al mondo fino ad omologarsi totalmente ad esso, vivendo il Vangelo come cosa separata dalla vita quotidiana. Il sottile crinale tra queste due polarità è quello di “essere testimoni del Vangelo nella propria vita, senza paternalismi” e andare incontro a tutti, parlare con tutti, “anche coloro che non hanno mai messo piede in chiesa”.
L’arcivescovo ha indicato alcuni atteggiamenti da assumere in questo processo di apertura al mondo che sta al centro del cammino sinodale. Il primo è quello di non giudicare: nei vangeli si osserva come Gesù porta i suoi discepoli in giro, incontro agli altri, parlando con tutti.
Nell’episodio della Samaritana, emerge un’umanità assetata di Gesù. Ma di contro vi è un Gesù che ha sete della Samaritana, desidera aiutarla a ritrovare la fede che è in lei, senza giudicare i suoi trascorsi. Per i cristiani, oggi, il non giudicare significa innanzitutto evitare di pensare che i ‘lontani’ siano tali per loro scelta, ma chiedersi – Zuppi lo fa citando uno scritto di don Primo Mazzolari – se invece siano stati i cristiani ad allontanarsi da loro. Il secondo atteggiamento è quello dell’ascolto: un atteggiamento che nasce dall’ascoltarsi all’interno delle comunità cristiane, dal comprendere la realtà e oltrepassare gli steccati dell’appartenenza.
Da qui può nascere un ascolto che non è proselitismo, ma è svelare la presenza del Signore che è presente negli altri: “Gesù dice alla Samaritana: anche tu puoi diventare sorgente di acqua viva. Questo non accade per caso – ha commentato il Cardinale – ma perché Gesù cercava quella donna”. Il terzo atteggiamento indicato da Zuppi consiste nell’essere uomini e donne di speranza: “È l’atteggiamento di chi osserva la realtà e si cala nei problemi, mettendo da parte vittimismo, narcisismo e clericalismo”, ha affermato il presule, invitando tutti ad essere cristiani “che danno ragione della speranza che è in loro”, a non usare “la fede come un narcotico”, ad essere disposti ad essere, “noi stessi, soggetti di una conversione missionaria”, per fare della Chiesa una casa con la porta aperta, dove “chi passa possa essere accolto ed ascoltato”. (d.t.)



