Di nuovo a rischio i diritti delle donne afgane

Caduto il regime islamico, dopo il 2001, le donne afgane finalmente hanno potuto andare a scuola, partecipare alla vita politica, avere un impiego retribuito, farsi visitare da un medico uomo e uscire da quella specie di scafandro dell’abito burqa che fa ammalare di asfissia polmonare e fa inciampare per strada. Diritti secondo la legge ma in realtà ancora molto violati nelle zone rurali, dove vive l’80% della popolazione afgana, dove i talebani o i capi villaggio contano più della legge e dove è ancora obbligatorio il burqa ed è possibile la lapidazione per adulterio.
A proposito di adulterio femminile (quello maschile è tollerato ovunque nel mondo) bisogna riflettere sulle condizioni in cui vive la donna in paesi in cui è il padre a scegliere un marito che spesso non conosce, magari anziano e che può avere già altre mogli e figli. Il matrimonio è legame fedele solo se si fonda sull’amore, altrimenti è difficile poter tenere sotto controllo un sincero e forte sentimento e la lapidazione non è giusta né per leggi bibliche o islamiche o di altra identità: lo capì così bene Gesù.
In Afghanistan, dopo il ritiro dei soldati americani e italiani, è forte la preoccupazione che i diritti conquistati possano essere cancellati. Le donne afgane sono riuscite con la loro “Campagna corale per l’istruzione” diffusa on-line, attiva soprattutto a Kabul, a far ritirare decreti governativi che volevano di nuovo segregarle, vietar loro di cantare nei cori scolastici e in spazi pubblici davanti a uomini. In modo originale diffondono un video in cui cento donne cantano le canzoni della loro infanzia e tentano di fermare un ritorno al passato dell’estremismo talebano e all’infiltrazione politica nei programmi scolatici.
La lotta delle donne per difendere o conquistare diritti e libertà sta crescendo nel mondo, è affrontata con tenacia e coraggio, a rischio di carcere e di morte. Succede in Bielorussia contro la violenza politica di un padrone del potere, in India contro gli stupri, in Iran, dove le donne sono molto istruite per uscire dalle regole islamiche per loro restrittive e punitive, rinchiuse dentro un nero, uniforme abito, in Turchia perché il presidente Erdogan ha fatto uscire il paese dalla Convenzione Internazionale di Istanbul firmata nel 2011 per la difesa della donna; stessa cosa ha fatto la Polonia.
In America latina le donne da decenni battono le casseruole davanti ai palazzi del potere e vogliono notizie e giustizia per i loro uomini spariti e gettati nell’oceano dai dittatori e sono riuscite a farne condannare una parte: in questi giorni la Corte di Cassazione italiana ha confermato 14 ergastoli a ex-ufficiali e 007 sudamericani colpevoli di omicidio di 23 cittadini con passaporto italiano. Molte giornaliste d’inchiesta sono in carcere o uccise. Altro che sesso debole!

Maria Luisa Simoncelli

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