Dante, testimone e profeta di speranza

La Lettera Apostolica di Papa Francesco per il 7° centenario della morte del “nostro” poeta, come lo chiamava S. Paolo VI

Traducendo il passo della Sapienza: “Essa è un riflesso della luce eterna” (7,26), S. Girolamo scrive: “candor lucis aeternae” cioè “splendore della Luce eterna”; il passo è ripreso da Dante e Papa Francesco lo usa per aprire la sua Lettera Apostolica per il settimo centenario della morte del “nostro” – come lo chiamava S. Paolo VI – poeta. Il Papa ha scelto la data del 25 marzo, festa della Annunciazione, in quanto nel Medioevo, in varie città italiane, si festeggiava l’inizio del nuovo anno alla luce del Concepimento del Verbo. Per Dante è il giorno che apre il suo viaggio dalla “selva oscura” alla “Somma Luce”.
In questo cammino, filosofico e teologico, non c’è solo l’autobiografia del poeta ma anche la storia di ogni persona che cerca, oggi diremmo, il “senso” del vivere. È un pellegrinaggio nella Sapienza, “pan de li angeli” (Paradiso II, 11), che dall’esistenza inquieta e sofferente conduce alla ricerca di ciò che può introdurlo a quel regno: “che solo amore e luce ha per confine” (Paradiso XXVIII, 54). La Commedia è interamente plasmata dall’Amore, in cui tre donne sono il punto di partenza e di arrivo: Beatrice, Lucia, Maria. Maria è colei che aiuta ad uscire dalla selva oscura e a preparare l’incontro con Dio; Beatrice è immagine della carità e S. Lucia della fede. Tre donne, un unico Amore. “Dante riconosce che solo chi è mosso dall’amore può davvero sostenerci nel cammino e portarci alla salvezza, al rinnovamento della vita e quindi alla felicità”. La libertà dell’uomo è sempre intrecciata alla sua capacità di amare. Nell’Inferno si percepisce il fallimento dell’amore; nel Purgatorio si fa strada l’amore disinteressato che si compie nell’amore del Paradiso. La chiave teologica dell’amore risiede nella “redenzione”.
Per Dante non ci si salva da soli, né per i propri meriti ma solo se ci si affida a Dio misericordioso. La Commedia per il Papa è un “grande itinerario”, un “pellegrinaggio” personale, comunitario, ecclesiale, sociale e storico. Ciascuno è invitato a lasciare “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso XXII, 151), per camminare verso una nuova terra promessa di pace. Lo fa con struggente malinconia: “Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti…” (Purgatorio VIII 1-3), ma trasforma la sua fragilità di esule in profezia di speranza. Il Papa cita l’epistola a Cangrande della Scala, in cui il poeta rivela la sua opera come una missione: quella di “rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità” (XIII, 39).
L’antenato Cacciaguida dice: “Coscienza fusca/ o della propria o dell’altrui vergogna / pur sentirà la tua parola brusca / Ma nondimen, rimossa ogne menzogna / tutta tua visïon fa manifesta; / e lascia pur grattar dov’è la rogna” (Paradiso XVII, 124-129). Missione profetica che diventa anche denuncia dei mali della Chiesa ma, contemporaneamente, si fa portavoce di una supplica alla Provvidenza per un rinnovamento ecclesiale (cfr. Paradiso XXVII).
Dante è il cantore del “desiderio umano della felicità”. Cammino arduo, compiuto nella libertà all’ombra della misericordia, canta Manfredi: “Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei” (Purgatorio III, 118-123). “Nell’itinerario della Commedia, il cammino della libertà e del desiderio non porta con sé… una riduzione dell’umano nella sua concretezza” ma è solo nella visio Dei che si placa il desiderio e termina la fatica (cfr. Paradiso XXXIII).
Questo viaggio ha bisogno di sostegno e di aiuto; necessitano guide sicure – Virgilio (la ragione umana), Beatrice (inviata dalla Grazia divina) – perché per arrivare a Dio bisogna scendere nelle bassezze umane dell’Inferno, icona dell’umanità peccatrice, per passare al Purgatorio, dove la vita devastata dal peccato è ricostruita dalla Grazia; il tutto si conclude in Paradiso nell’abisso dell’Amore Trinitario.
Papa Francesco indica questo cammino come programma di vita per l’uomo contemporaneo: Dante è un “profeta di speranza” per ogni uomo deluso o esiliato, una guida per gli smarriti. Nel cerchio trinitario (Paradiso XXXIII, 124-126) si manifesta l’aspetto sconvolgente del Dio cristiano. La percezione di un volto umano appare nel cerchio centrale: il volto di Gesù. Dio ha un volto umano, un cuore umano: “La novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l’intero essere umano”. Il Papa si domanda: “Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo?”.
Dante ci chiede “di essere ascoltato… imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità”, finché non arriveremo alla meta ultima: “l’amor che muove il sole e l’altre stelle” (Paradiso XXXIII, 145).

d. Pietro Pratolongo