Il dado di marzo è ormai tratto

Il destino del mese di marzo, per dirla in altri termini, è segnato. I conti si faranno alla fine, come sempre, ma si può presumere, in base alle previsioni, che altre ‘S’ di sereno si aggiungeranno al prospetto dello stato del cielo marzolino 2021.
Questo intervallo di precipitazioni, se non del tutto assenti, comunque rade e scarse, era assolutamente necessario dopo due mesi e mezzo di regime opposto e sbilanciato sulla persistente abbondanza di piogge, umidità e con copiose nevicate sui rilievi. Anche la saggezza contadina conferma che il marzo asciutto è cosa buona e giusta, specie se, nel prosieguo, le piogge di aprile e di maggio fanno il loro dovere. Bene, in conclusione, che l’avvio della primavera meteorologica, dal 1° del mese, non abbia visto mattane marzoline, almeno dalle nostre “bande”, diversamente da quanto accaduto nelle regioni del sud, più direttamente interessate da una fase di recrudescenza invernale.
In effetti, l’inizio della primavera, quella astronomica, ha riportato aria rigida e sventolate annesse, ma se non altro ha risparmiato a gran parte del centro e nord Italia il tempo brutto riservato a molte aree meridionali della Penisola.
La fase di relativa instabilità è stata invero breve e si è risolta venerdì 18, quando il cielo si è oscurato nelle ore di metà giornata e del pomeriggio; i monti sono spariti alla vista, interessati da rovesci di neve, e sono poi riapparsi imbiancati ‘di fresco’ anche dove ormai il manto non era più presente: sotto i 1000 metri e localmente fino a 700 m circa.
Nel periodo in esame, a seconda del prevalere di ventilazione notturna o meno e delle avvezioni d’aria particolarmente secca, le gelate si sono spesso verificate senza deposito di brina. La più marcata secchezza dell’aria si è notata il 16, quando gli strumenti registratori meno precisi (igrografi) sono finiti anche fuori scala; ciò accade qualora l’umidità relativa scenda sotto il 15% o persino sotto il 10%, eventualità generalmente legata al manifestarsi di venti favonici. Il 19, venerdì, il tempo è parso voler fare il copia-incolla del giorno precedente: ma poi, al contrario di giovedì, le nubi minacciose delle ore pomeridiane non hanno prodotto precipitazioni.
Ed eccoci a sabato 20, la data dell’equinozio. Già l’anno scorso, a meno che la memoria non inganni, si era fatto cenno al perché l’inizio delle stagioni astronomiche tende ad anticipare. Fino a 30-40 anni fa, solo ogni tanto l’equinozio di primavera cadeva il 20 marzo, per lo più la data era il 21. Ormai, invece, il 20 prevale sul 21 marzo (dalla fine del XX secolo, solo nel 2003 e nel 2007 l’equinozio di primavera ha ‘rispettato’ il tradizionale appuntamento del 21) e, nel 2044, cadrà per la prima volta il 19 marzo.
Se volete capire meglio questa complicata contabilità astronomica, basta cercare su internet e potrete fare un viaggio interessante tra le riforme del calendario necessarie per stare al passo dell’anno siderale.
Tornando ‘a bomba’, si stava dicendo del tempo del week-end passato. Proprio in coincidenza del sabato e della domenica, si sono sperimentate le ore diurne più fredde a motivo dell’avvento di aria fredda giunta con il soffio gagliardo della tramontana. Poco ha potuto il sole che, pur splendendo ormai più di dieci ore al dì (e più di dodici laddove l’orizzonte, come in mare aperto o in vetta ad un montagna, è più vasto), non è riuscito a intiepidire neppure le ore centrali e pomeridiane, se non alle quote più basse lungo le fasce costiere più riparate dal vento boreale.
Già nella notte di lunedì, però, l’afflusso da NE ha iniziato a recare aria meno rigida; il che, a dispetto dell’ora, si è avvertito immediatamente su tutte le località esposte, montane o collinari, e poi, nel corso della giornata, a tutte le quote. Nel fondo delle valli, che anche nel colmo dell’afflusso di aria gelida riescono a spuntare le condizioni migliori per le ore del primo pomeriggio (con massime meno crude), il rovescio della medaglia si ha regolarmente con il persistere del freddo notturno anche quando non gela più in siti più alti e normalmente più freddi.

a cura di Maurizio Ratti, Mauro Olivieri e Giovan Battista Mazzoni

Share This Post