Solo un mondo in pace e senza guerre può debellare la fame e la povertà

Dalla 54a Giornata Mondiale della Pace l’invito a fare spazio alla “cultura della cura”

01Papa_Pace“La cultura della cura” potrebbe sembrare un gioco di parole. In realtà si tratta di cosa estremamente seria. Ormai è tradizione, per la Chiesa, invitare tutti gli uomini della terra – senza distinzione di religione, lingua o etnia – a celebrare il primo di gennaio la Giornata Mondiale della Pace, giunta alla 54a edizione. Anche quest’anno il Pontefice ha inviato gli auguri e un messaggio “ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà”.
Il tema proposto dal Papa è appunto “La cultura della cura come percorso di pace”. L’anno che sta per finire ci ha fatto capire che di fronte ad un nemico invisibile, ma micidiale, è necessario avere cura gli uni degli altri. Pensare solo a se stessi crea soltanto guai perché nessuno si salva da solo, non solo gli individui ma neppure gli Stati. Quando si tratta della pace, soprattutto nel mondo occidentale, è difficile pensare che ci sia bisogno di una cura, termine di solito riferito ad una malattia. In questo caso quasi sempre il “malato” è lontano da noi e non ci tocca più di tanto.
Da tempo si parla di guerre dimenticate, solo alcune di esse giungono agli onori delle cronache. Le altre, che riguardano popoli e terre poco significative per il nostro benessere, sono più o meno ignorate; da quando è arrivata la pandemia nel mondo semplicemente non se ne parla più. Per questo il Papa ci ricorda la necessità di non stancarsi nel promuovere una cultura della cura, dell’attenzione all’altro come persona con diritti inalienabili, e la cura della persona esige anche il dovere di difenderla e di tutelarla soprattutto nei più deboli, siano individui, o gruppi etnici o popoli.
01Papa_Pace_colombaIl richiamo agli impegni che il Creatore ha dato ad Adamo di “coltivare e custodire” la terra e a Caino di essere responsabile (custode) della vita del fratello lega gli impegni della “cura” sia nei confronti del creato che nei confronti dei fratelli. Per questo diventa insopportabile pensare che ci siano nel mondo etnie e popoli che non hanno mai conosciuto un giorno di pace, forse non sanno neppure immaginarsela.
Pace significa anche attenzione nei confronti di ogni uomo, promuoverne la dignità di persona, creare solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato. Questi sono i cardini, secondo papa Francesco, della dottrina sociale della Chiesa e sono la “grammatica” della cura.
“Duole, scrive il Papa con rammarico, constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione”. Anche queste, come il Covid, sono malattie “invisibili” e spesso sottovalutate, accompagnate dall’indifferenza e dall’assuefazione.
Papa Francesco rifiuta la cultura dello “scarto” e propone quella della cura come promozione della dignità e dei diritti della persona “perché persona dice sempre relazione, non individualismo” e afferma l’inclusione, la dignità unica e inviolabile: la cura del bene comune, la cura della solidarietà, la cura come salvaguardia del creato. Il bene comune esige che i nostri piani debbano “sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future”.

La marcia della pace del 1 gennaio 2019
La marcia della pace del 1 gennaio 2019

“La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio”. “La salvaguardia del creato spinge a prendere atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato”.
“Di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse, insiste Francesco, vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, una rotta veramente umana”.
La famiglia, la scuola, le religioni, quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, le organizzazioni internazionali governative e non governative sono gli strumenti che possono collaborare per una autentica cultura della cura di questo mondo malato. C’è anche una proposta: “costituire con i soldi che si impiegano nelle armi e in altre spese militari un Fondo mondiale per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”, quelli che spesso non sanno cosa sia la pace.

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