Olimpiadi di Roma 1960: la forza di ricostruzione  dell’Italia democratica

Le Olimpiadi si concludevano sessant’anni fa

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Roma, il 25 agosto 1960
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Roma, il 25 agosto 1960

Dal 25 agosto all’11 settembre 1960 a Roma fu organizzata la XVII edizione delle Olimpiadi moderne con partecipazione di 83 paesi, 5.338 atleti dei quali solo 611 donne. Fu un successo per l’Italia che, ridotta in macerie dalla guerra, dopo soli 15 anni conosceva il più rapido e consistente processo di crescita economica che giustifica la definizione di “miracolo economico”.
Non era un “boom” piovuto da qualche misteriosa provvidenza: nasceva dal convergere di tanti fattori: esplosione demografica, costo basso delle materie prime soprattutto del petrolio, scoperte scientifiche e innovazione tecnologica, liberalizzazione dei mercati internazionali in contrasto con le precedenti chiusure protezionistiche o autarchiche, scelta dell’Europa Unita come paese fondatore, le politiche “keynesiane” dell’intervento dello Stato a sostegno dell’economia, un mercato regolato dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale. Soprattutto c’era la voglia di riscatto degli italiani, divisi negli schieramenti di partito ma fiduciosi e compatti nella fatica della ricostruzione. Le Olimpiadi e l’anno dopo le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia improntate all’ottimismo rafforzarono l’immagine di un paese maturo avviato verso stabili prospettive di benessere e di democrazia

La vittoria di Livio Berruti nella finale dei 200 metri davanti allo statunitense Lester Carney
La vittoria di Livio Berruti nella finale dei 200 metri davanti allo statunitense Lester Carney

Anche lo sport si era ripreso presto dalla crisi bellica, il premier De Gasperi favorì lo sviluppo del CONI con a capo Giulio Onesti che già nel 1956 aveva ottenuto l’organizzazione dei Giochi invernali a Cortina D’Ampezzo. Le città candidate erano otto, nella votazione finale in gara con Losanna fu scelta Roma e si congiungeva simbolicamente l’età antica con l’epoca moderna. Nate nel 776 a.C. nella greca Olimpia, in età imperiale erano state celebrate quasi sempre a Roma fino alla loro soppressione nel 393 voluta dall’imperatore Teodosio.
Furono inaugurate nel nuovissimo stadio Olimpico con capienza di 90mila spettatori in presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Un prezioso saluto fu portato dal papa Giovanni XXIII che abbracciò simbolicamente tutte le fedi della terra. La fiaccola olimpica fu accesa da Giancarlo Peris, un ragazzo di Civitavecchia vincitore dei campionati provinciali di corsa campestre. La scelta significava che la ricostruzione dello sport era partita dalla scuola che aveva istituito i campionati studenteschi. Adolfo Consolini discobolo alla sua quarta Olimpiade pronunciò il giuramento.

Quattro stelle che hanno brillato nelle notti romane

Abebe Bikila (1932 - 1973) Oro olimpico nella maratona a Roma 1960 e a Tokyo 1964
Abebe Bikila (1932 – 1973) Oro olimpico nella maratona a Roma 1960 e a Tokyo 1964

Quattro atleti hanno segnato con i loro successi le Olimpiadi di Roma. Per gli sportivi italiani, il primo posto in una ipotetica classifica spetta a Livio Berruti, che il 3 settembre divenne campione olimpico nei 200 metri con il tempo di 20”5, record mondiale uguagliato. L’atleta torinese interrompeva il dominio nordamericano e si inseriva prepotentemente nella storia dell’atletica. È l’apice di una carriera che, negli 8 anni successivi, non registrerà altri successi di tale portata.
Ancora più breve la storia sportiva della statunitense afro-americana Wilma Rudolph, la “regina” delle olimpiadi romane per le vittorie, il 2, il 5 e l’8 settembre, nei 100 e 200 metri e nella staffetta 4×100. Affermatasi a livello internazionale nel 1956, due anni dopo Roma decideva di chiudere con le competizioni. La sua popolarità fu favorita dalla sua storia personale: colpita dalla poliomielite, aveva dovuto lottare a lungo per riacquistare l’uso completo delle gambe: alto esempio dell’importanza dell’impegno e della lotta contro la segregazione razziale.
Il “botto”, sotto l’Arco di Costantino, nella notte del 10 settembre, lo fece l’atleta etiope Abebe Bikila con una vittoria carica di significati: primo atleta africano di colore a trionfare in una olimpiade, corse a piedi scalzi stabilendo anche il nuovo record olimpico. Da poco più di 20 anni l’Etiopia era stata conquistata, non senza vergogna, dall’Italia, il che aveva permesso a Mussolini di decretare la nascita dell’impero. Bikila vinse anche a Tokio nel 1964 e si ritirò dopo Città del Messico nel 1968.
“Di più” sotto ogni aspetto è stata la storia del pugile Cassius Clay – Muhammad Ali, il peso massimo che boxava come un medio, “danzando” attorno all’avversario. Medaglia d’oro nei mediomassimi nella finale del 5 settembre, Alì passò tra i professionisti nella categoria dei massimi ed iniziò una lunga carriera – conclusa solo nel 1981 – caratterizzata da momenti straordinari. Si convertì all’islam, divenne sostenitore delle lotte degli afro-americani, andò in galera per il rifiuto di combattere in Vietnam, fu privato del titolo di campione del mondo e lo riconquistò più volte. Un personaggio che è entrato di prepotenza nel mito non solo sportivo. (Antonio Ricci)

Portabandiera dei 280 atleti italiani fu Edoardo Mangiarotti. Le gare si svolsero sul palcoscenico dei monumenti antichi: la lotta greco-romana alla basilica di Massenzio, nelle splendide Terme di Caracalla le gare di atletica. Sotto l’arco di Costantino arrivò scalzo l’etiope Abebe Bikila vincitore sublime della maratona, umile soldato capace di intelligenza tattica e perfetto controllo del corpo e delle emozioni, insieme riscattava la giovane Africa non più coloniale dall’orrore delle menzogne razziste: i neri sono forti come gli altri. Furono costruiti nuovi impianti belli e funzionali per il futuro, progettati da grandi architetti, il villaggio olimpico nell’area Parioli bonificata da abusivismi fu poi adattato a quartiere residenziale. Durante i giochi gli atleti soggiornavano in centro e si incontravano con la gente in un clima di entusiasmo. Impianti già esistenti furono ammodernati per le nuove esigenze. 
Sorsero nuove zone come Acqua Acetosa, Eur, il Flaminio, costruito l’aeroporto di Fiumicino (ma fu fatto l’errore di non collegarlo con linea metropolitana alla città). Roma ebbe una prima più moderna programmazione urbanistica, si arricchì di nuovi servizi e arredi, piantati oltre 30mila alberi. Di altissimo valore fu la mostra all’Eur che illustrava il ruolo dello sport nella cultura e nella vita italiana dagli Etruschi al Novecento.
Non ci furono scandali clamorosi sui finanziamenti, conteggiati sui 50 milioni di dollari, non gravarono sul bilancio statale perché il governo stanziò per il CONI gli introiti del Totocalcio, inoltre il Comitato Nazionale Olimpico fece un ottimo contratto economico vendendo i diritti di trasmissione al mercato televisivo di CBS americana e Eurovisione.
Il medagliere italiano fu il terzo con 13 ori, 10 argenti, 13 bronzi: il meglio fu nel ciclismo, pugilato (Nino Benvenuti), pallanuoto, equitazione, scherma e nell’atletica la stella Livio Berruti. Il CIO affrontò tre questioni sul piano politico: fece sfilare sotto un’unica bandiera le due Germanie perchè non aveva ancora riconosciuto quella dell’Est che protestò. Complicata la pretesa della Cina nazionalista di rappresentare tutti i cinesi, ma il CIO riconobbe il diritto della Cina di Mao, che però voleva l’espulsione di Formosa e non partecipò ai giochi. Il Sudafrica escluse i neri contro la Carta Olimpica che vieta ogni discriminazione. A Roma fu presente per una menzogna diffamatoria contro i neri, fu poi escluso fino al 1992.
L’unica Olimpiade in Italia (nel 1908 non ci fu per l’eruzione del Vesuvio, un’altra possibile per il 2024 è stata rifiutata) è riconosciuta nel mondo tra le più belle, destò entusiasmo e fu una pausa di serenità e amicizia.

Maria Luisa Simoncelli