Il crinale di Porta Pia: la Chiesa passò dall’intransigenza al dialogo con il mondo

Papa Pio IX
Papa Pio IX

Per la Chiesa cattolica la breccia di Porta Pia fu non solo una capitolazione militare e diplomatica, ma il simbolo della sconfitta di fronte al processo di secolarizzazione che, nel corso dell’Ottocento aveva messo in crisi l’ideale di società cristiana, fondata sulla struttura della cristianità medievale, che il cattolicesimo propugnava come antidoto ad una supposta apostasia dei popoli cristiani determinata dal luteranesimo e dall’illuminismo.
Nel periodo della Restaurazione successivo alla caduta dell’impero napoleonico, l’intransigenza della Chiesa di Roma nei confronti della “modernità” si espresse con una fermezza estrema, che arrivò a definire, nella Mirari Vos (1832) di Gregorio XVI, la libertà di coscienza come “delirio”, e la libertà di pensiero, nella Quanta cura (1864) di Pio IX, la “libertà di perdere se stessi”. Il mantenimento del potere temporale fu considerato fondamentale per il contenimento della secolarizzazione e per garantire libertà di azione religiosa alla Chiesa: consentiva al Vescovo di Roma di negoziare con gli altri Stati, attraverso i concordati, il massimo di libertà possibile per la Chiesa cattolica e di rivendicare il suo ruolo di governante della cristianità, imponendo a tutti i cattolici la propria linea.
Per questo, le riduzioni territoriali dello Stato Pontificio seguite alla Seconda guerra di indipendenza (1860) indussero Pio IX a rafforzare i propri poteri politici e religiosi fino alla convocazione, oltre 300 anni dopo quello di Trento, di un concilio, il Vaticano I (1869), che con la costituzione dogmatica De Ecclesia Christi, il 18 luglio 1870, sancì l’infallibilità dell’insegnamento dottrinale e morale del Romano pontefice. 64 giorni dopo, l’occupazione di Roma da parte delle truppe italiane, pose fine a undici secoli di Stato Pontificio, ma determinò l’inizio di una lenta e prudente rielaborazione del rapporto tra Chiesa e modernità.
Del resto, la formazione in tutta Europa di regimi parlamentari indusse gli episcopati dei vari paesi a incoraggiare lo sviluppo di organizzazioni del laicato cattolico e di partiti confessionali, tesi a promuovere i principi cattolici nelle assemblee legislative: anche in Italia dove, nonostante il conflitto tra Pio IX e Regno d’Italia, e il non expedit del 1871, il laicato si affacciò alla vita pubblica con la costituzione della Società della gioventù cattolica (1868) e dell’Opera dei congressi e dei comitati cattolici (1875): dopo secoli di sostanziale esclusione dalla vita della Chiesa, i laici – sia pur sotto la stretta sorveglianza del clero, orientato alla ricostruzione di una società cristiana in opposizione a socialismo e liberalismo – furono protagonisti dei primi atti di un incontro tra Chiesa e mondo contemporaneo, necessariamente orientato al dialogo tra visioni diverse della società.
Fu l’inizio di un cammino lento, che subirà accelerazioni e battute d’arresto e che solo nel 1965, con il Concilio Vaticano II e in particolare con la costituzione dogmatica Gaudium et spes, arriverà a compimento con l’affermazione di un rinnovato rapporto con il mondo, basato su dialogo e fiducia.
Proprio alla vigilia dell’apertura di quel Concilio, nel 1962, il cardinal Montini, che da lì a pochi mesi sarebbe divenuto Papa Paolo VI, in Campidoglio, alla presenza del Presidente della Repubblica, parlò della fine del potere temporale come di un disegno della Provvidenza, che creava le condizioni affinché il papato riprendesse “con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo”.
La sovranità territoriale diveniva una questione per nostalgici: per la costruzione di una civiltà cristiana il Vangelo basta.

(Davide Tondani)

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