Quei giochi antichi incisi sulla pietra

L’isolamento domestico si trasforma in opportunità di riscoperta

16gioco_pietraStare in casa, in questi tempi di coronavirus, è un dovere civico, una protezione per se stessi e per gli altri, ma, alla lunga, potrebbe essere noioso, se non si trova qualcosa da fare. Certo “le parole crociate, darsi alla gastronomia, leggere un libro, aiutano – dice in una recente intervista, condiviso, lo storico medievista Franco Cardini -, ma veri tesori sono la soffitta, la cantina, un ripostiglio, lo studio, da riordinare. Si fanno delle scoperte, in mezzo al disordine e alle cianfrusaglie, si ritrovano oggetti, documenti, ricordi, lettere, che ci fanno ripercorrere la vita”, riorganizzare il passato, riproporci vecchie e dimenticate conoscenze.
Ci è capitato, così, di imbatterci e di rileggere il lavoro di ricerca di Sergio Marchi e Maria Grazia Picedi – relatori coordinati dal prof. Enrico Dolci nell’anno 2001/02 all’Accademia di Belle Arti di Carrara – sui giochi incisi sulla pietra, che si trovano negli antichi borghi lunigianesi. A Collegnago sono state rinvenute ben “sette incisioni su pietra arenaria con tema filetti”. è nata lì l’idea di un’opera di ricerca, che ha portato a ritrovamenti di giochi (a Luscignano, Casciana, Gragnola, Monzone, ma anche altrove in Italia e fuori) su grosse pietre usate per pavimentazioni o per sedili. Sono giochi di allineamento (tria, filetto,…) o di cattura (alquerque, il lupo e le pecore,…).
Per la datazione c’è chi ritiene che per il filetto delle incisioni rupestri della Val Camonica si possa risalire alla preistoria. E così nei primi anni Novanta del secolo scorso si sono avviati gli studi finalizzati a recuperare le tradizioni popolari, legate alle realtà territoriali, che hanno prodotto risultati di grande interesse con una bibliografia di nomi illustri. Altrettanto stimolante, oltre che rievocativa di escursioni con le scolaresche, è stata la rilettura dello studio di Nicola Gallo “Un castello sconosciuto nella Valle del Lucido”. Questo l’inizio: “Percorrendo il sentiero che da Aiola porta a Vinca si incontrano gli imponenti ruderi conosciuti col nome di Castellaccio, su uno sperone a picco sul torrente Lucido”. La conclusione: “Quale la data di costruzione? Quale l’utilizzo, civile o militare? Ancora non è dato sapere”.
Il prof. Giorgio Pellegrinetti, nel suo studio dedicato alla Valle del Lucido, costruisce una risposta a quegli interrogativi, ritenendo che “nel castello ci fosse una sede giudiziaria”. Lo sostiene rifacendosi alla presenza di un pozzo quadrangolare, nel quale venivano gettati i condannati a morte per efferati delitti: nelle sue pareti, infatti, si notavano, fino a pochi decenni fa, lame sporgenti, poi coperte di terra. A proposito di interrogativi, vengono in mente quelli che si ascoltano quando si è nei pressi del Municipio e riguardanti il Marzocco della vicina piazzetta omonima. Lì è posta una colonna di marmo sovrastata da un leoncino (c’è chi lo chiama gattino). Cosa rappresenta? Nella guida della città si legge che tutte le terre sottomesse a Firenze, come la era Fivizzano, avevano il leone che con la zampa destra regge il giglio. Il leone è simbolo di forza, di potere e “marzocco” richiama etimologicamente, per i più, Marte.
Anche Fivizzano aveva il suo “Marzocco”, ma fu sostituito con un San Giovannino, protettore di Firenze, che reggeva lo stemma di Fivizzano, perché nel 1494, probabilmente, il monumento originale era stato distrutto nel saccheggio di Carlo VIII. Anche questo, nel 1944, scomparve durante un bombardamento. Nel 1966 Firenze, per ribadire l’antica amicizia, donò una statuina di San Giovanni, oggi posta all’ingresso del museo, mentre nel 2007 – sindaco Rossetti- è stato innalzato nella piazzetta l’attuale monumento col leoncino.
Tutto questo fa bene allo “spirito” e aiuta a passare le giornate, ma agli abitanti di Monzone, nella settimana santa, è mancata la Via Crucis, che ogni anno si svolge nella serata di venerdì, dalla chiesa Reginae Pacis di Monzone Basso alla parrocchiale di San Prospero di Monzone Alto. Un percorso in salita assai impegnativo, che presto vedrà installate in modo permanente le 14 stazioni scolpite su lastre di marmo. Un appuntamento di alto valore spirituale, partecipato con viva fede da numerose persone della vallata, che si conclude, come da tradizione annosa, con le frittelle con baccalà nella Casa del monzonese, offerte dagli abitanti di Monzone Alto e ben gustate al termine della giornata di digiuno.

Andreino Fabiani

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