L’arte di Raffaello, dalla realtà ad un altrove di bellezza e di serenità

Moriva il 6 aprile 1520 a Roma per epidemia a soli 37 anni

Raffaello, "Madonna del Granduca" (1504 ca). Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti.
Raffaello, “Madonna del Granduca” (1504 ca). Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti.

“Il venerdì santo 6 aprile 1520 venendo il sabato a hore 3 morse il gentilissimo et excellentissimo Raphaelo de Urbino con universale dolore di tutti”: è l’annuncio della morte a soli 37 anni del pittore che rivela la perfezione delle forme attuata in tutti i momenti e gli aspetti della realtà.
Morì dopo brevissima malattia per epidemia lasciando incompiuta La Trasfigurazione. Era nato per coincidenza sempre di venerdì santo il 6 aprile nella luminosa Urbino colta e raffinata,cenacolo del neoplatonismo, che portò sempre nel cuore. Era figlio d’arte, ma poco poté apprendere dal padre Giovanni Santi pittore di cui restò orfano a soli undici anni, fece tirocinio in Umbria diventando scolaro e collaboratore del Perugino.
La sua prima opera Lo sposalizio della Vergine (ora a Milano, Brera) dipinta nel 1504 è già una meraviglia con una curva di figure in primo piano che ripete quella del colonnato del tempio sullo sfondo ed è perno d’una unitaria costruzione spaziale. Raffaello arriva a Firenze e vi opera fino al 1508, i disegni di quegli anni dimostrano che studiava a fondo l’opera dei coevi Michelangelo e Leonardo, ne coglie le novità, ma le porta oltre. Il ritratto di Maddalena Doni della Galleria Palatina di Firenze ha impostazione della figura che ripete quella della Gioconda, ma il rapporto tra figura e spazio non è più espresso dall’impalpabile vibrazione della luce leonardesca, qui una luce chiara si distende sulla testa, il petto e le mani e intensifica il colore delle vesti e l’orizzonte è nettamente delineato. A Firenze crea anche la Madonna del cardellino agli Uffizi e La sepoltura di Cristo.

Raffaello, "Autoritratto" (1504-1506). Firenze, Galleria degli Uffizi.
Raffaello, “Autoritratto” (1504-1506). Firenze, Galleria degli Uffizi.

Il periodo romano è fecondo di famose sublimi opere che possiamo raggruppare in Madonne, ritratti, le grandi decorazioni della Stanza della Segnatura in Vaticano. è indicibile il godimento visivo ed emozionale davanti alle numerose Madonne (una trentina): Del Granduca, Della seggiola con tutta la potenza dell’abbraccio materno, La bella giardiniera, D’Alba, Di Foligno, Del Diadema, Dell’Impannata, Sistina (a Dresda): l’arte classica è trasferita nell’ideale cristiano, la fede diventa bellezza e felicità pura. Nei ritratti Raffaello fa trasparire nella realtà del personaggio la forma ideale, la sua anima: potenti figure sono la dama col liocorno, La Muta, La Velata, La Fornarina, Giovannad’Aragona, tutte belle perché Raffaello amava le donne. Altrettanto splendidi ritratti maschili: Agnolo Doni, Il cardinale di Prato (spirituale e ambiguo), Fedra Inghirami, Baldassar Castiglione, Leone X. A Roma ha committenze grandiose da papa Giulio II, da Leone X per celebrare la storia e la politica della Chiesa e da Agostino Chigi che cercava emancipazione sociale con la cultura: gli affreschi delle Stanze della Segnatura sono pieni di novità nel rendere l’incidenza della luce, l‘equilibrio dei valori, i marcati movimenti delle figure, i gesti incisivi: i temi sono La disputa del Sacramento, La scuola di Atene di precisa geometria è un manifesto della potenza papale, Il Parnaso.
La Stanza di Eliodoro in rapidissimo moto rappresenta l’inviato del re di Siria cacciato dal tempio, La Messa di Bolsena divisa in due parti, il miracolo e il ritratto di Giulio II in preghiera, La liberazione di San Pietro con la luce dell’Angelo che riempie il vuoto della prigione. Raffaello architetto, incisore, disegnatore di arazzi e anche poeta.

Raffaello. "La Velata" (1516 ca). Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti
Raffaello. “La Velata” (1516 ca). Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti

A questo parziale catalogo dei capolavori di pittura va aggiunta l’attività nell’architettura, ha minore eco ma anch’essa di alto livello. In stretta collaborazione col Bramante Raffaello progetta la ricostruzione di San Pietro e dopo la morte dell’amico, anch’egli urbinate, dirige i lavori.
Nella trasmissione su Rai 5 del 20 marzo sono stati illustrati i progetti: Villa Farnesina, con l’affresco Il trionfo di Galatea, villa Madama allora residenza del papa Medici Leone X; non riuscì a portarla a termine e neppure la cappella Chigi in piazza del Popolo pensata come trasformazione del modello classico del Pantheon: la classicità è punto di riferimento con il suo intero lessico formale.
In una lettera a Leone X Raffaello descrive il progetto di far rinascere l’antichità rilevando la mappa di Roma antica in “un’imitazione originale”: non copia ma trasforma l’antico e lo fa nuovo e moderno. è l’utopia del Rinascimento di far rinascere una cultura che metta al centro l’uomo e porti pace, progresso, armonia nel mondo (Paolo Portoghesi). Raffaello fu anche autore di disegni di arazzi (tessuti in Fiandra) e di incisioni in copie numerate; con spirito da imprenditore ne organizzò la produzione come un’azienda per le committenze, aiutato dai molti allievi che osservava ma anche lasciava liberi di esprimersi e che dopo la crisi economica seguita al sacco di Roma del 1527 migrano nelle corti italiane ed europee.
Sulla tomba al Pantheon l’epigrafe scritta dall’amico carissimo Pietro Bembo tradotta dal latino dice che “La Natura, lui vivo, temette di essere vinta e, lui morto, di morire essa stessa”.
A Roma è stata organizzata in collaborazione cogli Uffizi la più importante mostra su Raffaello mai fatta, ma ora ci vieta di vederla un infimo sterminatore.

Maria Luisa Simoncelli

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