Alberto Arbasino rugosa coscienza critica del secondo Novecento

14libroAlberto Arbasino era nato a Voghera nel 1930 e a lui dobbiamo la battuta ironica ma saggia sulla “casalinga di Voghera”, figura emblematica di donna dotata di buon senso che sa, come l’Agnese manzoniana, affrontare la realtà con con preziosa, rara saggezza. Non è uno scrittore e giornalista facile, o lo detesti o te ne innamori. Vicino ma non troppo alla Neoavanguardia e al Gruppo Palermo ’63, trasgressivo nei temi e nella lingua rispetto alla narrativa neorealista e della tradizione letteraria.
La sua scrittura è molto sofisticata, piena di riferimenti, allusioni, citazioni, elencazioni, graffiante ironia col gusto sottaciuto di farla. Viene classificato “critico della cultura”, famoso il suo invito a fare una gita a Chiasso per allargare lo sguardo e superare il provincialismo che ritiene caratterizzi la società e la letteratura italiana. Laureato in Diritto internazionale a Milano, giornalista al Corriere della Sera poi a La Repubblica, deputato come indipendente per il partito repubblicano, incoraggiato da Italo Calvino a scrivere, ha fatto nei suoi libri un ritratto impietoso dell’Italia del secondo Novecento.
Il romanzo-saggio “Fratelli d’Italia” è considerato il suo miglior testo, ha avuto tre differenti stesure, l’ultima nel 1991. Racconta le vicende estive di Antonio e l’Elefante, due giovani che girano l’Italia e l’Europa, piuttosto ambigui che non si conoscono veramente neppure fra di loro, vivono alla giornata poco interessati a conoscere il mondo che li circonda ma neanche il proprio passato e a progettare il proprio futuro. Arbasino segue il modello del romanzo picaresco e il “sulla strada” alla Kerouac ma per deformarlo e contestarlo anche nella forma espressiva.
“L’uomo è ciò di cui parla”, predomina la forma del dialogo dilatato tanto da cancellare il punto di vista delle figure. Saggio letterario e antropologico, esprime critica corrosiva anche su personaggi veri e richiede un lettore “saputo”. Non c’è un centro, si inseguono divagazioni, linguaggi umoristici e paradossali, conoscenze, litigi, non accade niente, solo vagabondaggi e spostamenti, senza sviluppo nell’ordine dei fatti e nell’evoluzione psicologica di personaggi. Arbasino dà prova che per lui l’unica forma di romanzo è quella del romanzo-saggio.
Fratelli d’Italia è una discussione sulla morte del romanzo tradizionale, lo vuole sostituire con un progetto di avventure stilistiche per dare divertimento nel senso più alto con trasformazione della realtà in commedia. Romanzo di formazione e di osservazioni sugli inquieti decenni di fine secolo scorso, ironico e perfino insolente, ma leggero e mobile nella espressione linguistica è anche “Un paese senza” del 1980. Sposta il quadro negli anni ottanta e traccia il volto di un’Italia priva di alcuni caratteri fondamentali e dove la politica è stata spesso gestita come “conversazione” per non dire pettegolezzi di “chi sta con chi” e “cosa sta dietro cosa”, a tentare scoops di trame, congiure, motivazioni, mandanti, dei “sì ma”. Il peso dell’attività intellettuale di Arbasino è quello dell’osservatore in profondità di storie e comportamenti per stimolare l’Italia a diventare “un paese con” più virtù che vizi.

Maria Luisa Simoncelli

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