Il 20 gennaio ricorreva il centenario della nascita del grande regista scomparso nel 1993

Il 20 gennaio abbiamo celebrato il centenario della nascita di quello che, giustamente, è considerato uno dei più straordinari autori della storia del cinema; nato a Rimini, Federico Fellini si trasferirà a Roma nel 1939 ed invece della frequentazione universitaria sceglierà la carriera di giornalista sfruttando la sua abilità di vignettista con la collaborazione alla famosa rivista umoristica bisettimanale “Marc’Aurelio”; introdotto al mondo del cinema da Maccari e Steno collaborerà (spesso senza essere accreditato) a numerose sceneggiature.
Scampato fortuitamente al richiamo alle armi nel 1943 sposa Giulietta Masina (conosciuta in radio dove rappresentava un personaggio da lui creato per una rubrica del Marc’Aurelio, Pallina) e, nel 1945, viene invitato da Roberto Rossellini a collaborare alla sceneggiatura di “Roma città aperta” sopratutto per lo sviluppo del personaggio di Don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi. Il suo esordio alla regia avviene in “Luci del varietà” (1950) insieme ad Alberto Lattuada, ma la sua prima opera girata in autonomia sarà “Lo sceicco bianco” (1952) accolto molto tiepidamente da critica e pubblico malgrado la partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia di quell’anno.

Il primo successo arriverà con “I vitelloni” nel 1953 che inizierà il suo primo periodo autoriale proseguito nek 1954 con “La strada”(assecondato anche dalla colonna sonora del grande Nino Rota suo collaboratore per la vita ), nel 1955 con “Il bidone”(secondo me uno dei più clamorosi inciampi della critica di tutta la storia del cinema) e con “Le notti di Cabiria “(1957 ); la sua poetica ed il suo stile sono ancora influenzati dal neorealismo ed è legata tematicamente alla caduta delle illusioni con personaggi appartati, malinconici che tendono a nascondere la loro personalità. Il 1959 con “La dolce vita” segnò una svolta epocale. Nel peregrinare indefesso di un inquieto giornalista (un grande Marcello Mastroianni da allora vero e proprio alter ego del regista ) attraverso una Roma notturna e scatenata si avverte il disegno di rappresentare un mondo destinato a deflagrare attraverso ogni tipo di eccesso possibile, mentale, sessuale, religioso, culturale.
Una corsa insensata e travolgente che in una pluralità di situazioni spesso al limite del sopportabile disegna un percorso di degrado progressivo che suona come un grido di allarme per qualsiasi sicurezza e prospettiva. Una parabola amara ed affilata in cui la fantasia dell’autore si scatena in un tourbillon inesauribile al centro del quale la grande assente sembra la speranza.
I personaggi, anche i più narrativamente defilati, si pongono come terribili esempi di un presente assolutamente privo di futuro. La figura di un intellettuale di grande spessore (il personaggio di Steiner interpretato da uno straordinario Alan Cuny) resterà nella coscienza di ogni spettatore che ne sia in possesso. Un successo enorme con polemiche anche violente in cui il nostro territorio svolge un qualche ruolo.
Sarà infatti il gesuita padre Angelo Arpa (direttore spirituale nazionale della Federazione Italiana Cineforum ed attivo propositore nei cineforum liguri anche nello spezzino) amico di Fellini a convincere il cardinale di Genova Siri ad una visione privata del film che ne trarrà una approvazione che lo libererà dagli attacchi della gerarchia ecclesiastica fornendogli un importante sostegno per il suo percorso nelle sale.
Nel titolo successivo, “Otto e mezzo” (1963), l’attenzione di Fellini per l’uomo contemporaneo è incentrata su un regista e il suo lavoro, dichiaratamente autobiografico, con una struttura narrativa possibilmente ancora più azzardata del film precedente che porta la riflessione su realtà e fantasmi dell’inconscio per cercare possibili vie d’uscita e, in fondo , pacificazione.
“Giulietta degli spiriti” (1965) sembra in qualche modo la chiusura di un cerchio per ulteriori esperienze che attraverso “Fellini Satyricon” (1969 ), “I clown” (1970) e “Roma” porterà ad “Amarcord” (1973) ennesimo capolavoro di struggente bellezza. Come suggerisce il titolo è un ritorno alle origini nella sua terra natale dove nella rivisitazione nostalgica della prima giovinezza prendono corpo personaggi indimenticabili come la Gradisca, la tabaccaia dal grande seno, il motociclista misterioso, il fisarmonicista cieco, il professore anziano e memoria storica di quei siti, la famiglia. Un trionfo di critica e pubblico per una volta d’accordo.
C’è ancora tempo per “Il Casanova di Federico Fellini” (1976 ), “Prova d’orchestra” (1978), “La città delle donne”, “E la nave va” (1983), “Ginger e Fred” (1986) per chiudere con “La voce della luna” (1990). Nel marzo del 1993 ad Hollywood gli viene consegnato l’Oscar alla carriera (che si aggiunge ai quattro conseguiti per le sue opere ), nello stesso anno il 31 ottobre a Roma lascia questo mondo.
Un artista immenso, dotato di una fantasia inesauribile e senza limiti, ha creato addirittura delle nuove entità umane, “papparazzo”, “dolce vita”, “vitellone”, “bidone”che sono entrate nei dizionari, ha saputo creare con sciolta limpida noncuranza accordi impensabili tra opposti inconciliabili da realtà e fantasia, tra il dramma e il comico, tra acuta analisi sociale e stralunata leggerezza. In buona sintesi un inventore totale che ha stupito e continua a stupire il mondo senza possibili avvicinamenti.
Ariodante Roberto Petacco



