Il maestro è nell’anima

La scomparsa di Emanuele Severino. “Noi siamo dei re che credono di essere dei mendicanti”

05severino“Il maestro è nell’anima e dentro l’anima per sempre resterà” così canta Paolo Conte in una sua canzone di un po’ di tempo fa. Quel maestro potrebbe essere come lui dice Giuseppe Verdi o Von Karajan ma al di là di questo ci piace prendere a prestito la strofa di quella canzone e riferirla a Emanuele Severino che in fondo era anche pianista e compositore. Il Filosofo ci ha lasciato il 17 gennaio, ma l’annuncio è stato dato il 22 a funerali avvenuti e conoscendolo non poteva non essere così.
Chi scrive ha avuto modo di ascoltarlo più volte al Festival Filosofia di Modena in una Piazza Grande sempre gremita di persone che ascoltavano come se parlasse un profeta, che si appuntavano le sue affermazioni, i suoi ragionamenti, che sarebbero state lì, ore e ore, per sentirlo filosofare.
Nato a Brescia il 26 febbraio 1929, allievo di Gustavo Bontadini, è docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, poi a Ca’ Foscari di Venezia e infine all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ritenuto a ragione un grande filosofo capace di contrapporsi ad un gigante del pensiero quale era Martin Heidegger, Severino diventa oggi più che mai uno snodo irrinunciabile per ritrovare alcune coordinate di questo nostro tempo, per leggere la terra del tramonto, l’Occidente, nel quale la tecnica si è sostituita a Dio, per declinare il nichilismo in senso antiheideggeriano: il niente non è un nulla mentre l’essente è eterno.
Non è questa la sede per affrontare la complessità del pensiero del filosofo bresciano che fino all’ultimo giorno ha… filosofato con una lucidità che sembrava non risentire dei suoi 91 anni. Sul suo incessante ‘lavoro’ di filosofo ebbe a dire non smetto di studiare, di pensare, di lavorare. Bisogna adattarsi alla vecchiaia, senza cadere nel futile e nella logica del “passatempo”.
05severino1Lasciando da parte dunque la complessità del suo pensiero filosofico tuttavia proveremo ad accennare ugalmente a quella che lo stesso Severino definisce ‘la tendenza fondamentale del nostro tempo’, in particolare lo strapotere, il dominio della scienza e della tecnica.
L’inarrestabile sviluppo tecno-scientifico pone seri problemi all’uomo di oggi che guarda ai valori della tradizione e che rischia di diventare mezzo perchè portato a incrementare tale strapotere. Egli non riesce più a padroneggiare gli strumenti che scienza e tecnica gli mettono a disposizione perchè quell’”Apparato” sembra disporre di una propria logica ed è dotato di una potenza eccezionale nel dominare il mondo, ignorando la verità. Severino è perentorio, le promesse della tecnica di dare all’uomo felicità e benessere sono transitorie perchè è la scienza stessa a riconoscersi nell’ambito della provvisorietà, mentre la sua pretesa infallibilità è stata da tempo archiviata.
Un breve accenno ma che potrà sollecitare l’avvicinamento alle opere di Severino, questo filosofo che poteva ad un primo approccio sembrare burbero, riservato, tutto pensiero e filosofia. In realtà rivelava una profonda umanità e una sensibilità particolare quando ad esempio parlava della sua Esterina, la moglie che gli è stata vicino fino alla morte avvenuta nel 2009. Mi si lasci dire che era una donna splendida. Anche in età avanzata. “è una delle ragazze più belle di Brescia” si diceva. Uscendo con me confermava la sentenza che le belle donne non amano gli uomini belli. Ed era di grande intelligenza.
Ci piace concludere con le parole di Emanuele Severino, tratte da Il mio ricordo degli eterni, che sollecitano davvero una attenta riflessione I nostri morti ci attendono come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio. Siamo destinati a una Gioia più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. Con la morte noi superiamo lo stato di mendicità: la morte ci consente di oltrepassare il senso del nulla. Ecco perchè, come afferma Severino, ‘noi siamo dei re che credono di essere dei mendicanti’.

Fabrizio Rosi

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