Il Trittico Ringli rientra ad Avenza dopo 700 anni

La storia del dipinto acquistato dalla parrocchia. Una solenne cerimonia il 1° dicembre

Il Trittico Ringli. Maestro di sant’Ivo, "S. Pietro tra S. Antonio abate e S. Maria Maddalena" (sec. XV)
Il Trittico Ringli. Maestro di sant’Ivo, “S. Pietro tra S. Antonio abate e S. Maria Maddalena” (sec. XV)

Siamo nel 1438 e il mercenario svizzero Peter von Johanns Ringli, al soldo di Francesco Sforza futuro duca di Milano, allora comandante delle milizie della Repubblica Fiorentina, si trova nella fortezza di Avenza (la “Torre di Castruccio”) a presidiare la Via Francigena, in un tempo di cui le terre di Carrara cambiavano spesso bandiera. È questo l’antefatto che colloca storicamente il trittico di san Pietro, conosciuto come “Trittico Ringli”, commissionato appunto dal condottiero elvetico ad un pittore anonimo, noto come “Maestro di sant’Ivo”, artista fiorentino attivo nella prima metà del Quattrocento.
Il dipinto, raffigurante san Pietro, sant’Antonio abate e santa Maria Maddalena, era destinato alla chiesa di Avenza o alla cappella della attigua fortezza, ma qualcosa andò storto e l’opera finì a Genova, probabilmente nel periodo in cui la città ligure dominava sulla terra apuana. A quel punto si persero le tracce del trittico e una serie di vicende “rocambolesche” gli hanno quasi fatto fare il giro del mondo.
Alla fine dell’Ottocento l’opera infatti era in possesso della Banca Popolare e Cassa di Risparmio di Genova, ma da lì a poco fu venduta e divisa in tre parti. Ai primi del Novecento intervenne il collezionista americano Hanns Teichert, nativo di Dresda, che la trasferì negli Stati Uniti.
In seguito il trittico tornò in Europa, in Germania, poi fu battuto all’asta di Christie’s a Londra e nel luglio 2018 tornò in Italia, restaurato e ricomposto dalla Galleria Salamon di Milano: tra l’altro, è del 1994 l’attribuzione al Maestro di sant’Ivo da parte del grande storico dell’arte Federico Zeri.

La chiesa di Avenza e la sua piazza oggi con il monumento a Mazzini.
La chiesa di Avenza e la sua piazza oggi con il monumento a Mazzini.

A questo punto della vicenda si inserisce il parroco della chiesa di san Pietro ad Avenza, don Marino Navalesi che spiega come tutto sia nato da un incontro fortuito tra lo storico della parrocchia, Pietro Di Pierro e il gallerista Matteo Salamon, ultimo proprietario del Trittico.
“Ho visionato l’opera esposta a Milano, rimanendone ammirato in un lungo silenzio e avendo il sogno di ricollocarla in parrocchia, il luogo originario per cui era stato realizzata”. Iniziò allora l’impresa di acquistare la tavola che, grazie al contributo dei parrocchiani e degli avenzini, rientrerà il 1° dicembre, con solenni festeggiamenti e un convegno il giorno precedente, 30 novembre, per approfondire i contenuti del dipinto: tra i vari ospiti ed esperti, sarà presente anche il card. Angelo Comastri, vicario del Papa per la città di Vaticano e arciprete della Basilica di san Pietro.
L’opera è costituita da tre pannelli. Al centro è san Pietro in abiti pontificali, con guanti bianchi, tiara e le consuete chiavi tra le mani, patrono della chiesa di Avenza. Sul lato sinistro, c’è sant’Antonio Abate, con la cappa scura, il bastone e il maialino, che era titolare dell’ospedale annesso alla chiesa stessa. Alla destra si trova santa Maria Maddalena, dai lunghi capelli, che porta tra le mani il contenitore con gli unguenti, titolare di un altro “ospedaletto” al ponte di Ricortola, distante pochi chilometri da Avenza.
A conferma della provenienza è anche lo stemma al centro della predella, trinciato d’oro e di azzurro, con il “crescente montante”, cioè una mezza luna sottile con i corni in alto, simbolo dei vescovi di Luni, che è presente anche sulla facciata della chiesa parrocchiale di Avenza.
“Nonostante l’impegno per l’acquisto dell’opera – dice don Marino – la parrocchia ha continuato le attività pastorali e caritative, tanto che è stato aperto un conto corrente dedicato, per cui tutto è continuato con lo stesso slancio di sempre”.
Una storia che ha dell’incredibile, ma che dimostra l’affetto di una parrocchia e del territorio circostante nei confronti di una testimonianza significativa del proprio passato.

(df)

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