Recanati in festa per “L’Infinito” di Giacomo Leopardi che compie duecento anni

19Giacomo_LeopardiAdagiata sulla cima di un colle, da cui si ammira un panorama variegato, Recanati è ancora oggi raccolta attorno ai ricordi del suo grande figlio. Sono ricordi che avvolgono ciascuno di noi sostando in Piazza Leopardi, davanti alla massiccia Torre del Borgo, uscendo sulla suggestiva “Piazzuola del Sabato del Villaggio” dove si erge il Palazzo Leopardi che custodisce vari oggetti del poeta e la grande biblioteca, in cui egli trascorse la giovinezza, scrivendo e studiando “sulle sudate carte”.
Per celebrare i duecento anni del capolavoro senza tempo, “L’Infinito”, la sua città natale ha predisposto un ricco calendario fatto di mostre, convegni, conferenze rivolte anche alle giovani generazioni che, purtroppo, sovente, sono “a digiuno” dalle liriche portanti della nostra letteratura. Giornate intense per tornare a riflettere sul pensiero leopardiano nelle infinite espressioni dell’uomo nella natura, tema importante e modernissimo.
Il cuore dell’evento, la cui inaugurazione è prevista per il 29 giugno, giorno del compleanno del poeta, è certamente l’esposizione straordinaria, a Villa Colloredo Mels, dell’originale manoscritto del celeberrimo componimento. Un’occasione imperdibile, fino a novembre, per ammirare l’elegante calligrafia del Leopardi che, come ha detto il sindaco di Recanati, Francesco Fiordomo, ha reso immortali e vivi, i famosi versi.
Il poeta li scrisse all’età di ventuno anni, nel 1819. Primo di quei componimenti che pubblicò col nome di “Idilli”. Non più un quadretto bucolico, ossia un componimento piacevole di ispirazione pastorale (piccola immagine, suona la parola in lingua greca), ma l’espressione poetica di una intensa avventura interiore, di un moto dello spirito, nato dalla contemplazione nuova ed attonita di un aspetto della natura, con rinnovata capacità di sentire e vedere.
Gli elementi esteriori dell’idillio “L’Infinito” si riducono ad un colle e ad una siepe che limita l’orizzonte. Ma ciò che è ostacolo alla vista degli occhi diviene stimolo alla visione interiore, all’immaginare del poeta. E sorgono, dentro di lui, gli interminati spazi del cielo, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete del vuoto tanto che il cuore del poeta si spaura e ritrae da quel Nulla. Ma, per proseguire, sopraggiunge un lieve rumore di vento che riconduce il Leopardi alle cose finite, al confronto di esse con l’eterno, al pensiero delle morte stagioni e della stagione presente: viva, reale, rumorosa… eppur destinata a disperdersi, anzi sparente nell’attimo stesso del trascorrere.
Dove va il tempo? Dove le passate stagioni? Un infinito che la mente, invano, cerca di sondare. Il breve, intenso canto termina con una punta di dolcezza perchè, dove la ragione fallisce, vince l’abbandono ad un profondo stato sentimentale, sicuramente di natura mistica, religiosa.
Di quella religione e teologia negativa, o del non, somigliante a quella di molti teologi medievali e tale che può pervenire solo all’indicazione di ciò che non sappiamo e non sapremo. Mai. Per questo “L’Infinito” venne definito “Inno sacro”Accanto a voci che hanno il registro dell’interminato e dell’eterno si collocano le due umilissime voci “caro e dolce” che aprono e chiudono l’arco dell’idillio.
Indelebile per chi ha saputo, e sa, apprezzarlo. Nella consapevolezza che tutti abbiamo, da qualche parte, il nostro intimo, personale “ermo colle…”.

Ivana Fornesi

Condividi