“I vizi e le virtù” della politica monetaria europea

Scuola Diocesana di Formazione all’impegno sociale e politico

11Lorenzio_VeroliIl Pontefice Paolo VI sosteneva che “la politica è la forma più alta della carità”. Oggi potremmo dire la stessa cosa? Molti giovani non si sentono più rappresentati dall’attuale classe politica avulsa dal contesto sociale. Questa constatazione ha suggerito ai responsabili dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro (Psl) della diocesi di Massa-Carrara-Pontremoli di organizzare una Scuola di Formazione all’impegno sociale e politico, che coinvolgesse giovani, desiderosi di dar vita ad una nuova generazione di cittadini consapevoli e preparati, in grado di prendere in mano le redini della società, ispirandosi a quei principi evangelici.
È nel ricordo del dott. Carlo Pierotti, stimatissimo amministratore pubblico massese, che Fausto Vannucci, responsabile della Psl, ha introdotto il terzo incontro della scuola di formazione, tenutosi venerdì 8 marzo: “Carlo è stato, per i cattolici impegnati in politica, un modello da seguire: degna di nota è la sua correttezza, a cui si aggiungono la grande bontà d’animo e lo spirito cristiano. L’esempio che Carlo ci ha lasciato deve essere di ispirazione per i nostri giovani, che si accingono a dare il proprio contributo alla società”.
Sulla scia del ricordo del dott. Pierotti, un uomo ed un politico che ha testimoniato il Vangelo, ponendo al centro del suo operato la società con i suoi problemi, ha preso avvio l’incontro della scuola di formazione, dedicato alla nascita ed allo sviluppo della moneta unica per tutti i Paesi membri della Comunità Europea.
A spiegare “i vizi e le virtù” della politica monetaria europea è stato il dott. Lorenzio Veroli, consigliere dell’Ordine dei Commercialisti di Massa-Carrara. “All’Italia è stato possibile entrare a far parte della Comunità Europea quando ha attuato riforme economiche, che hanno separato la politica monetaria da quella industriale.
A partire dal Piano Marshall, si cercò di creare condizioni favorevoli allo sviluppo degli scambi di merci. Fu in quel contesto che nacque l’idea del superamento del tasso di cambio e di una politica monetaria indipendente, a favore di una unione monetaria, che consentisse al mercato interno di svilupparsi e prosperare ulteriormente, e all’intera economia europea di diventare più efficiente, creando più posti di lavoro e maggiore prosperità per i cittadini”.
Nel 1979 venne instaurato il Sistema Monetario Europeo (SME), che aveva l’obiettivo di creare una zona di stabilità monetaria in Europa per evitare che il disordine monetario ostacolasse il processo di integrazione a livello comunitario. Ma fu con il Trattato di Maastricht (1992) che i Paesi membri dell’allora Comunità europea fissarono le tappe per la creazione dell’Unione Monetaria, indicando i requisiti che gli Stati avrebbero dovuto rispettare per poterla adottare. Il debutto dell’euro sui mercati finanziari risale al 1999, mentre la circolazione monetaria ebbe effettivamente inizio nel 2002.
Il Trattato di Maastricht stabiliva anche le modalità di transizione dalle monete locali all’euro ed i parametri che gli stati membri avrebbero dovuto rispettare per entrare nell’Eurozona, tra cui un deficit pubblico pari o inferiore al 3% del PIL e un rapporto debito pubblico/PIL inferiore al 60%, anche se quest’ultimo non era imposto come vincolante al pari del primo. “Nella fase iniziale di accettazione furono inclusi anche gli stati membri, i cui parametri avevano mostrato la tendenza a poter rientrare nel medio periodo all’interno dei criteri stabiliti dal Trattato. In particolare, all’Italia e al Belgio fu permesso di adottare subito l’euro anche in presenza di un rapporto debito/PIL largamente superiore al 60%”.
La Banca Centrale Europea (BCE), insieme alle banche centrali nazionali dei paesi aderenti all’Eurosistema, avrebbe avuto il compito di mantenere la stabilità dei prezzi all’interno dell’area. L’introduzione dell’euro fa ancora discutere. Sono ancora molti gli economisti che considerano la moneta unica un freno allo sviluppo. Per il Dott. Veroli oggi il problema è legato alla cosiddetta seconda leva: “A mancare sono le politiche attive per il lavoro, che favoriscano la “rioccupazione” della forza lavoro e rendano il nostro Paese più appetibile per i nuovi investimenti. La politica è concepita ancora a livello locale rispetto all’economia in cui è presente la leva monetaria, che è pensata a livello europeo. Così, l’assenza di una fiscalità comune fa venir meno il ruolo per cui l’euro è nato”.

E.G.

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