“Porti chiusi” e segreto di Stato. La Sea Watch e le “altre”

11porti_chiusiNon tutte le notizie sono uguali: per alcune non c’è neppure il diritto di essere ammesse agli onori delle cronache. Si ricorderà la vicenda della nave Sea Watch, con i suoi 47 naufraghi bloccati al largo del porto di Siracusa e poi dirottati verso Catania; tra di essi 15 minorenni che avrebbero dovuto essere immediatamente sbarcati.
Il susseguirsi degli avvenimenti di quei giorni e la responsabilità delle scelte operate non sono ancora state chiare e ancora oggi ci sono almeno due procure, Roma e Siracusa, come afferma Avvenire, che chiederanno chiarimenti su tutta la faccenda.
A dire la verità, sembra che le inchieste non riguardino solo la Sea Watch, ma anche altre navi umanitarie costrette ad attendere giorni prima di poter mettere al sicuro su terraferma i naufraghi fuggiti dai lager libici e dai marosi.
L’associazione Diritti e Frontiere, che aveva chiesto di avere accesso civico agli atti relativi, si è trovata di fronte ad un muro: il Viminale, guidato da Salvini, attraverso il Dipartimento Immigrazione ha escluso che sia mai stato dato l’ordine di porti chiusi e divieto di sbarco e, attraverso il capo di gabinetto del ministro, ha riferito che “la tipologia degli atti richiesti non è soggetta a pubblicazione obbligatoria”.
Se così fosse, tutta la manfrina sui “porti chiusi” sarebbe un bell’imbroglio. Ma è ancora più grave la motivazione della non obbligatorietà della pubblicazione di quegli atti, che rischiano così di essere annoverati come “segreto di Stato”. Infatti il prefetto a capo del gabinetto del ministro degli Interni invoca la norma che prevede il rifiuto della conoscibilità degli atti per “la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico; la sicurezza nazionale; la difesa e le questioni militari; le relazioni internazionali…”.
In quale di queste categorie potevano iscriversi i 15 minorenni bloccati per 13 giorni sulla Sea Watch?
È difficile immaginare che fossero un pericolo grave per la sicurezza dello Stato. Intanto, negli ultimi giorni, al largo di Lampedusa sono intervenuti i mezzi di soccorso italiani per portare in salvo un quarantina di persone, tra cui 6 donne e due bambine di tre anni, a bordo di un barcone partito dalla Libia e altri 8 migranti sono arrivati su un barchino dalla Tunisia.
Un gommone con 80 persone è stato avvistato sempre nei pressi di Lampedusa, mentre altre 87 persone sono state soccorse da mezzi navali maltesi. In questo periodo nel Mediterraneo non ci sono navi delle organizzazioni non governative.
Evidentemente non sono le navi Ong “fattore di spinta” per le partenze. Gli sbarchi non si fermano. Quello che conta è fingere che non esistano, non parlarne perché il fallimento dei “porti chiusi” non porta voti e soprattutto far credere che quelle povere persone siano un pericolo per la sicurezza nazionale.

Giovanni Barbieri

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