Donne vittime e donne criminali nella storia di Lunigiana

Da una parte il disagio e la mortificazione, dall’altra la capacità di esercitare il potere ed anche di commettere crimini. Ne ha parlato ad Aulla la storica Emilia Petacco

11donne_rogoLeggendo le polverose carte conservate nei registri civili e criminali degli archivi si potrebbe concludere che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: il disagio e la mortificazione delle donne da una parte, la loro capacità di esercitare il potere ed anche di commettere crimini efferati li constatiamo anche  nelle cronache nere dei nostri giorni.
Emilia Petacco, archivista, storica e responsabile delle attività culturali del comune di Arcola ha tenuto un’affollata conferenza nel Museo di San Caprasio sul tema “Storie di donne nei registri civili e criminali lunigianesi tra il XVI e il XIX secolo”, dopo aver studiato le carte  degli archivi di diversi comuni della Lunigiana storica, tra i quali anche quello di Bagnone che conserva atti riguardanti fatti che si sono svolti a Villafranca, Mulazzo, Bagnone, Filattiera. La figura della donna emerge protagonista sia nelle cause civili che in quelle criminali : tra i problemi centrali quello della disponibilità dei beni portati in dote  sposandosi e che tornavano a lei in caso di vedovanza; a patto che non si risposasse aveva il potere di vendere o acquistare terre e beni e gestire gli affari di famiglia. In occasione della convocazione quale testimone la donna era vista in qualche modo con sospetto : veniva sempre considerata la fama che la circondava  e, soprattutto nei casi di adulterio,  era punita più gravemente la donna  e con più tolleranza l’uomo.
Le pene erano applicate secondo i criteri stabiliti negli Statuti delle nostre comunità: spesso si trattava di pene pecuniarie, ma non mancava la pena capitale per decapitazione o al rogo. Il cronista Antonio da Faye, a metà del 1400, ci ricorda come sulla riva della Magra, nel piano di Mulazzo fu arsa viva una donna, colpevole di aver ucciso la cognata.
Numerosi i casi di donne stuprate, non solo all’interno delle proprie comunità, ma anche in occasione del passaggio frequente degli eserciti; quando il fatto avveniva tra conoscenti in genere si ricorreva al matrimonio riparatore che la donna non poteva rifiutare , ma ci fu un caso processuale nel quale la donna si rifiutò di sposare lo stupratore e le donne di famiglia si schierarono vincenti a sua difesa. Interessante anche il pronto intervento della Diocesi che, avendo competenza a giudicare il comportamento del clero, in breve tempo ridusse allo stato laicale un prete colpevole di stupro.
In molti casi le carte processuali si occuparono di un fenomeno piuttosto diffuso: l’infanticidio, ma era  difficile in questo caso distinguere tra fatalità e atto volontario, anche se era consuetudine effettuare indagini e autopsie.
Alcuni episodi furono davvero efferati: un neonato gettato nello scarico delle fogne, un altro ucciso nell’acqua bollente e, in ultimo, ancora più terribile, la vicenda tragica di una donna di Villafranca. La donna aveva partorito un bimbo frutto della relazione clandestina con un compaesano che spesso viveva fuori zona: al suo rientro lo attese sul ponte del paese e  volle punirlo con un’ assurda incomprensibile punizione, tagliando ai suoi piedi la gola del figlio. Se fu un caso di disumana incomprensibile crudeltà o di follia non lo sapremo mai, non c’erano allora criminologi e psichiatri a spiegare le oscurità  della mente umana.

(r.b.)

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