Pensioni e “quota 100”: più per raccogliere voti che per il bene degli italiani

E’ arrivato a conclusione l’iter di un provvedimento “a tempo” che non abolisce la tanto deprecata “legge Fornero”

L'ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero
L’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero

A sette anni di distanza dai provvedimenti della ministra del Lavoro Elsa Fornero e dopo quasi tre decenni di continue restrizioni al sistema previdenziale delle pensioni, è arrivato a conclusione l’iter della cosiddetta “quota 100”, provvedimento bandiera della Lega nell’ultima Legge di bilancio.
Un allentamento delle norme di ritiro dal lavoro era molto atteso a livello popolare: se è vero che alla vigilia della prima riforma di Giuliano Amato, nel 1992, il sistema previdenziale presentava palesi eccessi di generosità e di privilegio, è altrettanto evidente che, ogni qualvolta il Paese ha dovuto affrontare problemi di sostenibilità del bilancio pubblico, per tamponare le falle si è attinto in larghissima parte al mondo del lavoro, operando sulla normativa pensionistica.
Dopo il giro di vite del governo Monti, nel panorama europeo l’Italia ha il sistema previdenziale con l’età legale di pensionamento più alta e i tassi di sostituzione tra assegno pensionistico e ultimo stipendio più bassi. Nel clima politico e sociale degli ultimi anni, i moniti sull’entità della spesa pensionistica italiana, la più alta d’Europa in rapporto al Pil, da un lato a causa della bassa crescita del Pil stesso piuttosto che dell’indulgenza delle regole, dall’altro alla luce di una più alta quota di anziani rispetto al resto del continente, hanno avuto la peggio nei confronti del malcontento popolare che la Lega ha saputo cavalcare, mescolando dati di realtà e demagogia.
Come sarà dunque l’allentamento ai vincoli previdenziali contenuto nel decreto del governo? Con le nuove norme al lavoratore è consentito di sommare l’età anagrafica a quella contributiva per raggiungere un valore (pari a 100) che consenta il ritiro dal lavoro.

Il presidente dell'INPS, Tito Boeri
Il presidente dell’INPS, Tito Boeri

A differenza di quanto affermato dallo slogan – “quota 100” -, però, la norma prevede in realtà un’unica combinazione per centrare l’uscita: 62 anni di età e 38 anni di contributi. Ad esempio, un lavoratore sessantenne ma con 40 anni di lavoro alle spalle non avrà possibilità di andare in pensione: la avrebbe avuta se nella scorsa legislatura fosse stata approvata la proposta dell’ex Ministro del lavoro Cesare Damiano, che avrebbe consentito qualsiasi combinazione di età contributiva e anagrafica nell’intervallo tra 62/38 e 65/35. Ma tale proposta rimase nel cassetto per la contrarietà della precedente maggioranza di Governo.
Secondo le stime, nei prossimi anni con questa combinazione potrebbero lasciare il posto di lavoro 315mila lavoratori, in particolare uomini. Costo per lo Stato: 3,9 miliardi di euro.
Non è prevista alcuna penalità esplicita sulle regole di calcolo dell’assegno. In realtà chi ha meno di 18 anni di contributi maturati prima del 1995 – la totalità dei lavoratori interessati – vedrà l’assegno calcolato con il sistema retributivo sino al 1995 e contributivo dal 1996 in poi: su questa quota la penalizzazione è implicita perché meno anni di contributi significano meno pensione.
Un raggiro nei confronti di lavoratori ingenui? A 23 anni dalla riforma Dini è impossibile non conoscere i meccanismi del sistema contributivo. Più plausibile pensare che gli interessati faranno i propri calcoli per confrontare perdita pensionistica e risparmi, come ad esempio, le spese di viaggio per recarsi al lavoro, i costi dell’assistenza a famigliari demandata a badanti, etc.
La misura durerà sino al 31 dicembre 2021. E dopo? Chiusa questa “finestra”, per chi rimane si tornerà – dati anche i fragili vincoli del bilancio dello Stato – alle dure regole precedenti: 42 anni di lavoro per potersi pensionare (tantissimi per la storia contributiva di molte donne), distinzioni marginali tra lavori usuranti e non, assenza di una pensione di garanzia ai giovani con storie contributive minate da precariato e contributi bassi. Insomma, la “ruspa” che Salvini prometteva di impiegare per smantellare la “legge Fornero” rischia di essere uno specchietto per le allodole, buono per fare il pieno di voti al termine di un paio di campagne elettorali mentre i problemi sociali rimangono irrisolti.

(Davide Tondani)

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