Torna alla ribalta l’antica fornace postmedievale di Vico

 Apprezzata conferenza dello storico Riccardo Boggi

02Vico_fornaceDopo anni di silenzio, la sera del 28 dicembre, nel bar-trattoria di Anna Fornesi, si è riparlato della fornace di Vico. La determinazione del consigliere comunale di Bagnone Matteo Marginesi ha permesso ad un gruppo di appassionati di tornare sulle tracce del sito archeologico anche se non è stato facile ritrovarlo, fra sterpi, rovi ed arbusti.
Alla presenza di un folto pubblico – fra cui il sindaco Carletto Marconi, l’assessore Rita Beccari, il prof. Germano Cavalli – il relatore Riccardo Boggi, ricercatore e storico apprezzato e competente, ha ripercorso i tratti più salienti della fornace postmedievale per ceramica, con il supporto di immagini e foto.
Era il 1995 quando l’Iscum (Istituto di storia della cultura materiale) di Genova conduceva la prima campagna di scavo di una struttura produttiva per ceramica nel comune di Bagnone, in località Vico, su un pianoro a 350 m circa s.l.m., in una folta area boschiva vicina al torrente Re di Valle.
Anni prima, l’Associazione Manfredo Giuliani era venuta in possesso di un importante documento appartenente ad una famiglia di Ponzano Magra, la quale chiedeva al parroco di Vico (siamo negli ultimi anni del XVI secolo) “la grazia”di installare una fornace di ceramica in un suo territorio, precisamente in una striscia di terra compresa fra Stazzone di Corlaga, Re di Valle e Vico. Per correttezza va sottolineato che ad insistere presso l’Associazione di porre lo sguardo su quel “sito” fu il prof. Fernando Leviti, dopo aver ritrovato frammenti di ceramica che ponevano seri interrogativi.
Si cominciò a lavorare, allora, in sinergia: Museo etnografico, sindaco di Villafranca, Roberto Antiga, Lia Giambuti e il sindaco di Bagnone, Piero Pierini affiancato dall’assessore Marzocchi fino ad arrivare allo scavo, diretto dal prof. Tiziano Mannoni, con uno staff di “addetti ai lavori” (archeologi, studenti dell’Ateneo di Genova, volontari). La pulizia dell’area evidenziò la presenza di una struttura con almeno due ambienti distinti, separati da un muro divisorio, di cui quello posto ad occidente mostrava ancora parte della copertura a volta. L’ambiente individuato, a pianta quadrata, con circa 5 m di lato, aveva muri in pietre calcaree, legate da abbondante malta. L’accesso al vano era posto sul lato sud, mentre la pavimentazione era costituita da un battuto di calce steso su sabbia fluviale. La cava dell’argilla era localizzata su terrazze digradanti verso il corso del torrente.
vico2“La collinetta vichese”, ha ribadito Riccardo Boggi, era un vero e proprio laboratorio per i maestri vasai, per questo gli archeologi rintracciarono centinaia di pezzi di ceramica. Una vasta collezione di oggetti di pregio dalla fine del Cinquecento alla metà del Seicento. Una produzione variegata, di ottima qualità: ceramica decorata ad ingobbio, mattoni per l’edilizia, testelli. Una vera e propria industria con maestri che, sicuramente, avevano appreso il mestiere nelle vicine aree pisane e lucchesi e che si rivolgevano al mercato locale della vallata: Bagnone, Villafranca, Aulla, Filattiera… Nemmeno si lavoravano ceramiche preziose destinate ai nobili, che potevano spostarsi, bensì tutto ciò che poteva servire per la semplice vita familiare della gente comune: tegami da fuoco, scodelle, piatti, orci, vasi da fiori. Soprattutto “testelli” per panigacci e focaccette; diversi da quelli di oggi, quasi senza bordo, fatti al tornio a pedale.
Tra i reperti anche distanziatori di cottura riportanti il marchio di fabbrica. Una croce divisa in quattro parti. In due spazi sono riprodotte zampe di gallo, negli altri due ritratti di persone: forse preciso riferimento al proprietario. Una scoperta, dunque, che apriva un nuovo capitolo socioculturale della Lunigiana con al centro l’abilità dell’uomo di utilizzare le risorse del territorio come acqua, argilla, legname. Materie prime che abbassavano i costi dei manufatti che potevano essere portati nei mercati servendosi dei viottoli, ben tenuti, che da Vico conducevano a Stazzone, a Bagnone e oltre.
La miscellanea di reperti giace, ora, nei magazzini Iscum di Genova, all’interno del Palazzo Ducale. Perché, dunque, non riportarli a casa, nel comune di Bagnone? Il tempo pare propizio in quanto dovrebbe uscire una pubblicazione scientifica sulla fornace descritta. Per conservare la memoria – ha concluso il relatore – urge qualcosa di concreto.
Ed allora i reperti della fornace di Vico, unica testimonianza di struttura produttiva per ceramica in Lunigiana, potrebbero essere trasferiti nel moderno Istituto Alberghiero “Pacinotti” a disposizione di studenti e non. In un ambiente in cui si cucina, con tecniche innovative, senza scordare le origini da cui proveniamo. Il sindaco ha assicurato che l’Amministrazione si impegnerà per disboscare l’area mettendo a punto un progetto per proteggerla. Ci auguriamo, davvero, che la fornace di Vico possa aprire concrete prospettive per la valorizzazione turistica dei giacimenti culturali della Lunigiana.

Ivana Fornesi

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