Il Vescovo Giovanni: “Resta con noi Signore, perché possiamo sperimentare il tuo amore”

L’omelia di mons. Santucci al pontificale di Pasqua a Pontremoli nella concattedrale

14Santucci_pontificalePasqua2018Nell’omelia pronunciata in occasione del Pontificale celebrato nel duomo di Pontremoli il pomeriggio di Pasqua, il Vescovo Giovanni ha messo in rilievo la difficoltà che si può trovare nel cercare di rispondere alla domanda su cosa significa risorgere.
“Se risorgere volesse dire semplicemente tornare in vita – ha detto mons. Santucci – mi spiegate perché Maria di Magdala prende Gesù per il giardiniere? Lo conosceva e gli chiede: Se l’hai nascosto tu, dimmi dove l’hai messo perché lo vada a riprendere”. Facendo riferimento al Vangelo appena proclamato, ha pure evidenziato la difficoltà di spiegare “perché questi due discepoli, che sono vicinissimi a Gesù, non lo riconoscono, pur camminando insieme con lui undici chilometri e ascoltandolo”.
“Risorgere – ha precisato il Vescovo Giovanni – non è tornare in vita. Dobbiamo cercare di entrare dentro questo linguaggio che è fondamentale per la nostra esperienza di credenti proprio per capire cosa ci chiede il Signore offrendoci se stesso, il suo Vangelo e la sua testimonianza d’amore per vivere. […] La vita è davvero immersa per noi dentro questo evento lontano ma presente: Io sarò con voi tutti i giorni della vostra vita. […] La nostra fede si fonda sulla testimonianza di queste persone che hanno visto Gesù, che hanno parlato con lui. Vi ricordate S. Tommaso: Se io non tocco con le mie mani, se non vedo con i miei occhi, se non ascolto con i miei orecchi io non credo nella resurrezione”.
“E così la Pasqua – ha continuato il Vescovo Giovanni – diventa davvero la conclusione della vicenda storica di Gesù consegnata attraverso il Vangelo alla nostra vita, alla nostra testimonianza. Il Vangelo di questa sera è davvero straordinario: proviamo a guardarlo con attenzione. Questi due discepoli di Gesù vengono via da Gerusalemme e vanno verso Emmaus […] c’è davvero questo momento di grande smarrimento. La morte di Gesù è per loro la conclusione di un progetto di vita, di una scelta coraggiosa nel lasciar tutto per seguirlo, nel testimoniare nelle varie missioni che hanno ricevuto il loro attaccamento a quelle parole e a quelle azioni di Gesù. Gesù muore! Sono informati di tutto quello che è successo nei giorni della crocifissione e nel giorno stesso, il primo della settimana dopo il sabato: le donne che vanno al sepolcro, Pietro e Giovanni che vanno al sepolcro; sono informati di tutto! Discutono tra loro e sono tristi, ci dice il Vangelo. 14Santucci_pontificalePasqua2018aGesù si affianca a loro come uno che cammina lungo la strada come tanti; parla con loro, chiede. E loro raccontano tutto quello che è successo: Tu solo sei straniero? […] Parlano con Gesù ma non lo riconoscono; lo ascoltano mentre spiega loro le scritture, apre la loro mente alla comprensione che c’è un progetto di Dio dietro questo evento della croce. Li provoca a guardare le cose in un altro modo. Non più come evento, come cosa successa, che bisogna in tutti i modi accettare. No, non è così: c’è un perché da cercare e è la fede”.
“Quand’è che riconoscono Gesù? – ci chiede il Vescovo Giovanni – Quando a tavola spezza il pane per loro; dice la preghiera di benedizione e spezza il pane: ‘Allora si aprirono loro gli occhi’, lo riconobbero in questo segno sacramentale e subito corrono a Gerusalemme a dire ai loro fratelli, agli apostoli: ‘Abbiamo incontrato Gesù; Gesù è veramente risorto’. Ora io vorrei suggerire con molta semplicità che il percorso spirituale di questi due discepoli, che da Gerusalemme vanno a Emmaus, diventi in qualche modo il nostro itinerario spirituale. Gesù cammina con noi: riusciamo a vederlo? Ascoltiamo la sua Parola: la riconosciamo come sua? I segni sacramentali riescono ad aprirci gli occhi? Nell’agire della grazia di Dio nella nostra vita, nella provvidenza di Dio, che si realizza nel nostro vissuto, riusciamo a cogliere la sua presenza e la sua salvezza? Io credo che dobbiamo davvero imparare a guardare con altri occhi la vita, a vedere quello che non subito si vede ma riusciamo a cogliere perché questa è la fede. Guardate, non mi stancherò mai di ripeterlo: non abbiamo nessuna esperienza circa la fede. Se prestate attenzione al capitolo numero 11, versetto 1 della Lettera agli Ebrei, è l’unico punto della Bibbia dove c’è scritto cosa è la fede; l’unica frase che c’è nella Bibbia per dirci cosa è la fede la trovate lì: non ce ne sono altre. E quello che la Lettera agli Ebrei ci dice è davvero complicato: la fede è un modo di vedere le cose che non sono, è un modo di possedere ciò che non è ancora. Qual è l’unica esperienza della vita che possiamo paragonare a questa esperienza che è la fede, che viviamo tutti? Io vorrei invitarvi a riflettere sul fatto che ci si innamora. Almeno una volta nella vita ci si innamora. Le donne sono più attente degli uomini: si ricordano anche il giorno e l’ora in cui si sono innamorate, quando è scoppiato il cervello per quella persona”.
“Quella è l’esperienza più vicina alla fede – ha concluso il Vescovo Giovanni – questo guardare la vita, all’improvviso, in modo del tutto diverso, del tutto nuovo per un incontro. Non so se c’è anche a Pontremoli. ma in Versilia, quando uno è un po’ rintontito, quando uno non ragiona molto, gli si dice: ‘Ma che sei innamorato?’. Proprio perché l’amore fa questo effetto di metterci un po’ fuori di noi: in realtà è proprio così. Allora capiamo il perché della preghiera dei discepoli fatta a Emmaus quella sera, più o meno a quest’ora: Resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi, Signore, perché senza di te non c’è più la luce, viene la notte. Resta con noi, Signore, perché possiamo vivere della tua presenza. Resta con noi, Signore, perché possiamo sperimentare il tuo amore. Resta con noi, Signore!”.

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