Les sauteurs – I saltatori. Presentato sabato scorso al Manzoni per iniziativa del Circolo Babel la Casa dei Popoli
Un buon prodotto si può avere anche senza frequentare le scuole e le accademie di regia e montaggio. È il caso di Abou Bakar Sidibé, africano del Mali regista improvvisato (insieme a Moritz Siebert e Estphan Wagner) del documentario che riprende le voci delle drammatiche storie di tanti che vivono sul monte Gurugu che incombe su Melilla, città enclave spagnola in Marocco, il primo pezzo d’Europa dove sperano di entrare. Ma l’ingresso è vietato, come nelle altre frontiere per le leggi che considerano reato la clandestinità, non riconoscono il diritto di un abitante della comune madre Terra di “lottare per realizzare i propri sogni”.
Nel filmato un ragazzo mette in canzone tutto il dramma di quelli che non hanno diritto di asilo perché non sono rifugiati che fuggono da guerre aperte e da torture; sono definiti migranti economici da rimpatriare, senza considerare che lo sfruttamento neocoloniale e i cambiamenti climatici sono anch’essi operazioni di guerra. “Gli europei hanno rubato con la forza le nostre terre e le nostre risorse minerarie e noi non possiamo entrare in Europa” per sfuggire alla miseria estrema.
Sono ragazzi che convivono tra vita e morte, tra speranza e disperazione, tra pazienza e rinuncia al sogno. Sulla frontiera di Melilla c’è una triplice barriera di reti metalliche che respinge i loro ripetuti tentativi di passaggio, si agganciano al filo spinato, respinti e feriti sono medicati dai compagni in modo molto approssimativo, la polizia incendia i loro rifugi in vista della città spagnola che risalta come un paradiso, come una terra promessa.
Sono sotto tiro come in guerra: nel film sono inserite immagini vere della polizia riprese con telecamera per la sicurezza, i ragazzi sono come file di nere formiche che vanno al varco, qualcuno riesce a superare la barriera ma incontrano una realtà diversa da quella sperata, si riducono a frugare nei cassonetti prima di ricongiungersi con altri africani che ce l’hanno fatta prima di loro.
Il documentario è condotto da Abou Bakar Sidibé tutto con sguardo africano, risalta un valore che noi “civilizzati” spesso dimentichiamo: è la solidarietà, il reciproco aiuto, la rinuncia alla violenza vendicativa contro chi ha sbagliato. Non sono i recinti, i muri che possono risolvere il fenomeno strutturale e non emergenziale dell’emigrazione. Basterebbe una generale riflessione sulla storia dei popoli per capire che le società che hanno realizzato progressi veri sono quelle che hanno dialogato e si sono integrate con persone di altri luoghi e di altre culture, vale per i cinesi come per gli antichi romani, per la nostra Italia la cui splendida creatività artistica e culturale si fonda su una storia di incontro, voluto o forzato, con tanti popoli diversi.
Si può fare una considerazione mutuandola da una legge della fisica, quella dei venti che sono masse d’aria più fredda e più compatta che vanno ad occupare aree più calde e più leggere perché le molecole sono più distanziate. La stessa legge vale per la demografia: l’Europa ha popolazione anziana, il record è per l’Italia, il vuoto generato dalla forte eccedenza delle morti sulle nascite è inevitabile che spinga il pieno di popolazione giovane africana ad entrare in terre con forte decremento demografico, e nessuna rete o muro può fermare il fenomeno in atto.
Abou Bakar Sibidé una storia che diventa film
In un’intervista Abou Bakar Sibidé, protagonista e co-regista del documentario, dice della sua vita. Dopo 14 mesi di tentativi è arrivato in Germania: gli emigranti stanno nelle periferie e fanno gruppo a sé. L’appello è imparare a vedere le tante Afriche e i loro abitanti, a promuovere dialoghi senza i falsi e superficiali giudizi ripresi dal linguaggio denigratorio. Noi europei non ci sforziamo di conoscere l’Africa nella sua genuina identità, i veri volti di persone coraggiose, sensibili, povere ma dignitose, impegnate a cercare un lavoro per provvedere meglio a se stesse per il nostro e loro bene. Per risolvere lo scandalo delle malvagità e dello sfruttamento serve la “cittadinanza globale”, la coscienza di essere parte di una società con interessi e futuro in comune: o ci salviamo tutti insieme o nessuno ce la farà da solo. Questa è la giusta via, non la repressione e neppure un assistenzialismo del momento senza un progetto di prospettiva. Nel dibattito dopo la proiezione di sabato 20 maggio è stata richiamata l’esperienza di rivitalizzazione di zone del nostro Appennino con l’inserimento di migranti che, nel rispetto delle regole, coltivano campi, abitano case salvandole dal degrado, avviano attività artigianali e costruiscono relazioni oltre il cortile di casa, superano chiusure di campanile. Iniziative che rendono fattibile il discorso che l’integrazione ben governata è un’ opportunità anche per chi accoglie. Quei “saltatori” del documentario fanno capire che valori di convivenza e di aiuto reciproco contano più del denaro e dei piccoli interessi personali o di carriera politica. Sono giorni in cui tocchiamo con mano che la frenesia di avere più che essere, di costruire una falsa immagine di sé alla lunga non funziona, e nel bilancio finale l’eredità migliore da lasciare è il mettersi in gioco anche per gli altri: una scelta di vita che spinge a saltare oltre i recinti.
Maria Luisa Simoncelli



