Come eravamo

“Viaggio alla Lunigiana”: la riscoperta della cronaca di Roberto Fantuzzi lungo l’itinerario da Reggio Emilia a Pontremoli percorso nel 1829 attraversando tutto il territorio di Fivizzano

Fivizzano: la chiesa dei Ss. Jacopo e Antonio
Fivizzano: la chiesa dei Ss. Jacopo e Antonio

“D’accordo che non si tratta del Diario di viaggio di M.E. De Montaigne e neppure del Viaggio in Italia di J.W. Goethe. Si tratta, invece, del Viaggio fatto nel 1829 alla Lunigiana, a Pontremoli e ad altri luoghi, raccontato da Roberto Fantuzzi di Reggio Emilia”. Cominciava così la recensione di Antonio Zanni al libro di Fantuzzi, pubblicata nel numero del Corriere del 21 febbraio 1998 e casualmente ritrovata nel riordinare vecchie carte. Recuperato il libro, stampato nel 1997 dall’editore reggiano “Antiche Porte”, grazie a Francesco Leonardi, funzionario della Biblioteca comunale di Fivizzano, con grande curiosità e con particolare interesse ho letto le pagine riguardanti i luoghi del nostro territorio visitati e descritti dall’autore, da Sassalbo a Bottignana, Fivizzano, Posara, Moncigoli, Soliera, Ceserano, Rometta. Fantuzzi è un grande viaggiatore, prevalentemente “a piedi”, che visita, nei primi decenni dell’Ottocento, molti luoghi, tra i quali, nel 1829, alcuni paesi lunigianesi, attraversati per raggiungere, da Albinea, nel Reggiano, Aulla, Pontremoli e, infine, La Spezia.
Ad Aulla doveva incontrare l’amico Pietro Casali, “addetto alla cancelleria locale dello Stato Estense”, di cui anche lui era funzionario. Compagni di viaggio di Roberto erano due suoi fratelli, un fratello di Casali, un mezzadro. Percorso un lungo tratto di quella strada che il loro Sovrano voleva “rendere comoda”, per facilitare il commercio fra Reggio e il Genovesato, e toccati numerosi paesi, in una notte fresca e piovosa, che rendeva difficile distinguere il sentiero, dopo aver passato “l’Appennino del Cerreto”, entrarono “fra sassose muraglie e per fangose stradette in Sassalbo, borgo grosso di qualche commercio, ma orrido e affumicato”. Nell’osteria del paese furono accolti da un “oste alla buona, manieroso”.
Dovendo asciugarsi, entrarono in una stanzetta, dove c’erano “un focolare ardente, ma anche un fumo insopportabile, perché le cucine lì non hanno cappa, per seccare le castagne col calore e col fumo”. Trascorsa la notte “nei sogni di acque, fonti, montagne, dirupi e foreste, tempesta con tuoni, saette e lampi”, ripresero il viaggio, lasciando i poveri abitanti di Sassalbo, “possidenti tutti, se non altro della casetta ove stanno… spesso soggetta ad incendiarsi, per il tetto in legno”. Era il 27 settembre – terzo giorno di cammino -, quando giunsero a “Bottignano, che ha una chiesa e una osteria sulla strada denominata Mattocaso… Sopra un monte si nota un borgo chiamato Piastra”.
Costeggiando a sinistra il Rosaro e oltrepassato “il borgo Daria,… tutto circondato da vigne sostenute sulle discese de’ monti da piccole muragliette,… dopo diversi giri, ecco in prospetto da lontano, in mucchio, Fivizzano”. Questa vista li “ricreò” e diede loro “lena”. Raggiunsero “l’elegantissimo centro, dal nome abbastanza celebre, passando per Prognano, paese con la sua chiesa, e dopo aver osservato il Castellazzo di Brugola”. Quanti gli elogi per Fivizzano, e non solo per essersi lasciati alle spalle “posti da lupi”. Lì, infatti, potevano godere “un non so che di aria lieta e un non so che di grato negli sparsi vigneti e nelle borgate disposte in modo pittoresco… Insomma il paese è una veduta tutta nuova, tutta grata, tutta ricca. Dilettevole”. Lì ammirano palazzo Fantoni, entrano nella elegante piazza, si soffermano alla “fonte con i quattro delfini ben intagliati e grossi: dai bacinetti le donne attingono di continuo acqua”. Visitano poi, la “chiesa a croce, con proposto, dedicata a Sant’Antonio,.. la chiesa di San Giovanni,… il teatrino, eretto di nuovo su disegno del Bargilli e coi dipinti, all’interno, di Facchinelli, dipintor del teatro della Pergola. Arrivano anche all’Ospitale, al convento dei Francescani e alla loro ricca chiesa”.
Incontrano, infine, un loro conoscente, Francesco Sarteschi, che li guida in altri luoghi e presenta loro Luigi Tenderini, medico chirurgo dell’ospedale, e la “contessa Luigia, di lui sposa”. Gustata una ottima torta, accompagnata da finissimo vino, lasciano Fivizzano, terra insigne del Fiorentino, dove ci sono ricche famiglie come i Benedetti e i Fantoni, un sindaco, Cocchi, “di agiate condizioni, un giudice vicario, due cancellieri,… un buon prete, Sante Santi, aullese”. Nel cammino verso Aulla, passano presso la chiesa di Posara, sotto quella di Moncigolo, attraverso Soliera e davanti al ponte per Ceserano; quindi oltrepassano Rometta, “piccolo borgo e pittoresco”, costeggiando, su una strada “incommoda”, il torrente Aulella.
Con brevi tocchi Fantuzzi descrive il paesaggio che attraversa, elogia, ammirato, il grande lavoro dei “nostri” contadini, annota sempre la presenza delle chiese, evidenzia spesso il cattivo stato dei sentieri e delle strade (… Già allora la viabilità era un problema e gli Estensi progettavano un collegamento agevole con la costa!), è attento ai vari aspetti della vita quotidiana. “Ci restituisce, in sintesi, osservazioni di estremo interesse urbanistico, geografico, etnografico” (G. Ricci). Un po’ diverse da quelle che Amelia Sarteschi (Caugliano di Fivizzano, 1802 – Firenze, 1856), forse della stessa famiglia del conoscente di Fantuzzi, Francesco, dedica alla Fivizzano di quel periodo, anno più, anno meno.
Agli inizi degli anni Quaranta del 1800 “la passionale patriota, la scrittrice, la poetessa, l’animatrice di salotti fiorentini, politici e letterari, la femminista ante litteram, la donna dalle straordinarie vicende esistenziali, si trova, per motivi familiari, a Fivizzano, sentendosi quasi esiliata rispetto alla brillante vita fiorentina” (A. Benedetti). “Dio mio. Che vita! – scriveva a Cesare Cantù, il 12 gennaio 1844, a proposito della casta eletta di Fivizzano – Nulla mai che ricrei lo spirito. Non sapienza, non libri, non arti belle. Solo mangiare ad ogni ora, e con una profusione di cibi da sbalordire… L’oziare vicino ad un gran fuoco, l’occupazione delle intere giornate. E, poi, il pettegolezzo in luogo di savie discussioni, i piccoli intrighi,… nessun utile impiego del tempo”. Evidentemente grande era la nostalgia per la brillante vita condotta a Firenze, dove era ambito l’accesso al suo salotto, in Borgo Ognissanti!

Andreino Fabiani

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