Piccolo è bello: nel PD prevale la scelta della scissione

Sembra giunta al termine l’esperienza iniziata 20 anni fa con l’Ulivo. Ognuno tenta di scaricare sugli altri la responsabilità, ma le fratture erano evidenti da tempo. Di fatto la vera opposizione al governo in questi due anni è stata fatta dalla minoranza PD. Se non in Parlamento, sicuramente in tutti i talk show televisivi e sui giornali.

nazarenoCon le dimissioni di Matteo Renzi da segretario, nel PD si è avviata la procedura per l’indizione del congresso che dovrebbe aver luogo, secondo regolamento, entro i prossimi quattro mesi. La Direzione di martedì 21 ha sancito la definitiva rottura con parte della minoranza interna: Bersani, Speranza e Rossi non hanno partecipato e hanno dichiarato finito il loro rapporto con quello che definiscono “il partito di Renzi”. Emiliano, dopo un’altalena di dichiarazioni non sempre coerenti, alla fine si è sfilato dall’abbraccio di Rossi e Speranza, ha partecipato alla Direzione ed ha presentato la sua candidatura a segretario nelle prossime primarie in vista del congresso.
Ognuno tenta di scaricare sugli altri la responsabilità della scissione, ma le fratture tra anime diverse del partito erano evidenti da tempo. La minoranza si fa scudo del fatto che ha sempre sostenuto il governo non facendo mai mancare la fiducia, fingendo di dimenticare che il governo ha dovuto porre per oltre 60 volte il voto di fiducia, evidentemente non fidandosi del voto segreto.
Non solo. Di fatto la vera opposizione al governo in questi due anni è stata fatta dalla minoranza PD. Magari non in Parlamento, ma sicuramente in tutti i talk show televisivi e sui giornali.
Renzi non brilla certo per remissività. Il carattere è quello che è e probabilmente l’atteggiamento dei suoi avversari interni lo ha portato anche a forme di aggressività esagerate. Il verbo, di certo non felice, su cui ha costruito la sua ascesa – “rottamare” – non lo ha aiutato nel momento in cui ha dovuto cominciare a governare. Come non lo ha aiutato portare a tutti i costi gli italiani ad un referendum che di fatto diventava, per sua scelta, un referendum sulla sua persona.
Eppure le cose non avrebbero dovuto andare così. Quello che è accaduto in questi giorni è praticamente incomprensibile. Gli scissionisti, che si apprestano a dare vita ad un nuovo soggetto politico (non se ne sentiva proprio la mancanza, soprattutto nell’arcipelago della sinistra italiana), dichiarano di voler correggere quelle politiche che hanno allontanato dal campo del centrosinistra molti lavoratori, giovani, insegnanti. Peccato che la scissione sia avvenuta, alla fine, sui tempi della convocazione del congresso e sugli impegni a sostenere il governo Gentiloni fino a fine legislatura. I maligni sostengono che, quanto più si allungano i tempi per le elezioni, tanto più si affievolisce la forza politica di Renzi.
Accanto a visioni politiche diverse, ha avuto un peso preponderante la mancanza di fiducia, a volte l’avversione, nei confronti di Renzi. Non va dimenticata la soddisfazione espressa, da parte di esponenti di vertice della minoranza, la sera della sconfitta del ‘sì’ al referendum sulla Costituzione. D’Alema, per molti l’anima di questa scissione, lo dice con chiarezza: “L’elemento di divisione è Renzi. Se questo elemento viene rimosso il centrosinistra tornerà a riunirsi”; un’analisi che spesso è stata riferita proprio a lui. Molti hanno tentato di scongiurare la scissione proprio perché mette a repentaglio la governabilità del Paese in un momento estremamente delicato.
Gli appelli di Veltroni, Fassino, Prodi, dello stesso Cuperlo e di tanti altri sono caduti nel vuoto. Gli appuntamenti che attendono il Paese non sono pochi: c’è la discussione con l’Europa sulla manovra per il deficit, ci sono le elezioni amministrative, ci sono i due vertici internazionali di fine marzo a Roma (60 anni dai Trattati Ue) e di fine maggio a Taormina (il G7 con Trump). Non era proprio il momento di dare uno spettacolo di questo genere: in tal modo si è riusciti a togliere visibilità (negativa) ai problemi dei Cinque Stelle.
È vero che se il Pd ha la febbre non vuol dire che gli altri stiano bene. Il centrodestra cerca di trovare un’intesa, ma è difficile mettere d’accordo Berlusconi con Salvini, distanti anni luce sull’Europa; c’è il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, che sembra simpatizzare con la Lega Nord, c’è il nuovo partito di Alemanno e Storace, Movimento Nazionale per la Sovranità… c’è un moltiplicarsi di piccoli partiti. Non è un caso. La mancanza di una legge elettorale, che, si diceva nei giorni del referendum, poteva essere fatta con uno schiocco di dita, sembra lontana dal vedere la luce. Ed allora, con una legge sostanzialmente proporzionale, si affermano le divisioni e prendono corpo le coalizioni.

Giovanni Barbieri

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