Ius soli. Un antico diritto ancora molto negato: essere cittadini della terra in cui si nasce

Una proposta di legge che nel nostro Paese non si sblocca. Eppure è una scelta di civiltà essere riconosciuto di diritto cittadino del paese in cui uno nasce o trova rifugio

integrazione ius soliDa tempo fa la spola tra Camera e Senato il disegno di legge per dare la cittadinanza italiana agli stranieri nati in Italia; è detto ius soli in latino, lingua madre della giurisprudenza della civiltà occidentale. Al di là delle appartenenze politiche e della propaganda strumentale è indiscutibile che è una scelta di civiltà essere riconosciuto di diritto cittadino del paese in cui uno nasce, trova rifugio, si sistema (“Tutto questo mondo è la mia Patria” scriveva il filosofo Seneca due millenni fa). Il nostro è tempo di grandi migrazioni dalle tante cause e responsabilità, l’esilio sta diventando quasi una normalità.
Con forza insegnanti, educatori e intellettuali hanno fatto appello in questi giorni per arrivare all’approvazione al Senato della legge sullo “ius soli” e “ius culturae” già passata alla Camera, mettono in evidenza il paradosso e le contraddizioni delle restrittive norme vigenti: essi hanno il compito di educare alla cittadinanza anche gli oltre ottocentomila alunni che cittadini non sono. Da martedì 3 ottobre, Giornata della memoria delle vittime dell’emigrazione, nelle scuole per un mese ci sarà mobilitazione con diverse iniziative a favore del diritto di cittadinanza ottenuto dal luogo di nascita ma “temperato” da alcune restrizioni, sarà consegnata una petizione ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Non si tratta di diventare cittadini in modo automatico: il disegno di legge richiede uno “ius soli” a precise condizioni: saranno cittadini per luogo di nascita i figli che hanno almeno un genitore con permesso di soggiorno di lungo periodo e viene da paesi extra Ue, è residente in Italia da almeno 5 anni, ha reddito non inferiore all’assegno sociale annuo, alloggio con i requisiti di idoneità previsti dalla legge, ha superato test di conoscenza dell’italiano.
Lo “ius culturae” è l’altro modo per essere cittadino per nascita e richiede, se la persona è entrata entro il dodicesimo anno di età, di aver frequentato regolarmente per almeno 5 anni un ciclo scolastico o di formazione professionale per 3 – 4 anni; se è entrata tra i 12 e i 18 anni deve aver frequentato un ciclo scolastico e aver ottenuto il titolo conclusivo. La legislazione vigente sul diritto di cittadinanza per nati o arrivati in Italia da piccoli applica il principio dello “ius sanguinis”: occorre che almeno un genitore sia cittadino italiano; se invece entrambi i genitori sono stranieri, il figlio, compiuti i 18 anni, può chiedere la cittadinanza se fino ad allora ha risieduto legalmente e ininterrottamente in Italia.
Eppure avere una cittadinanza è indispensabile da quando l’uomo si è organizzato a vivere in comunità, è una necessità, tutti dobbiamo essere registrati da qualche parte, altrimenti saremmo nella condizione tragica de “ Il fu Mattia Pascal” del romanzo di Pirandello.
Essere cittadini del suolo in cui si nasce è un principio che, accanto a quello del sangue, fu riconosciuto ad Atene già nel sec. VI a.C. con le leggi di Solone. Roma rese cittadini romani tutti i nati liberi nel territorio dell’Impero, esclusi gli schiavi e le donne, con l’editto del 212 d. C. emesso da Caracalla, lo “straniero” nato a Lione diventato imperatore romano. La cittadinanza era concessa dall’autorità istituzionale a tutti, non era un diritto appartenente al popolo come è per le moderne democrazie. La Costituzione Antoniniana di Caracalla dava sbocco legale alla situazione che l’Italia non era più il centro dell’Impero: la globalizzazione di quell’epoca. (Maria Luisa Simoncelli)

 

Il diritto di cittadinanza nelle altre legislazioni

36ius_soliLa cittadinanza incondizionata a chi vi nasce la danno automatica gli Stati Uniti d’America, un paese vasto di migranti che aveva bisogno di braccia da lavoro. Tutto il resto del continente americano ha ugualmente lo “ius soli”, ne sono fuori Cuba, qualche isola caraibica, Colombia. In Asia c’è solo in Pakistan (l’India lo ha abolito nel 2004. Malta lo ha fatto nel 1989), in Africa Tanzania e Lesotho. Uno “ius soli” ma vincolato ad alcune restrizioni specifiche lo troviamo in Malaysia, Thailandia. Iran. Australia, Nuova Zelanda e alcuni arcipelaghi dell’Oceania, in Africa in Tunisia e nell’Unione Sudafricana. Tutto il resto del mondo ha lo “ius sanguinis”, si può dire quasi assoluto nei tre continenti Asia, Africa, Europa, nei quali nessun paese ha il diritto di suolo automatico. A qualche condizione diventano cittadini gli stranieri che nascono in Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Spagna, stemperando il diritto di sangue ma secondo criteri alquanto rigidi. La Germana e l’Irlanda sono gli Stati dell’Ue più disponibili, comunque i paletti rimangono forti, la Gran Bretagna è più morbida, dà la cittadinanza automatica a chi nasce anche se ha un solo genitore cittadino britannico. La legislazione olandese è la più restrittiva. In Spagna la cittadinanza la dà il sangue del padre, lo straniero che nasce nel Paese la ottiene solo superando condizioni rigide e prolungate. In Francia lo straniero acquista la cittadinanza se nasce da genitori entrambi già nati lì oppure a 18 anni ma con genitori residenti da almeno 5 anni o dopo due anni di matrimonio misto.