Referendum costituzionale: un voto per preservare il principio liberale della  separazione dei poteri

Separazione delle carriere in magistratura, equilibri tra accusa e difesa, il sistema delle correnti: sono oggetto di dibattito in vista del referendum del 22-23 marzo. Ma dietro la riforma costituzionale sulla magistratura si cela l’obiettivo di indebolire l’autonomia della magistratura dal governo.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il Consiglio Superiore della Magistratura il 18 febbraio scorso. (Foto Ufficio Stampa Presidenza della Repubblica)

Il referendum costituzionale sulla riforma del titolo IV della seconda parte della Costituzione è alle porte. Nelle ultime settimane la campagna per il Sì all’approvazione della riforma ha puntato su alcuni argomenti di forte impatto.
Il primo riguarda la necessità di separare le carriere dei magistrati per rendere il giudice del processo penale un arbitro tra la difesa e l’accusa. La tesi dei sostenitori del Sì è che un giudice “collega” dell’accusa difficilmente darà a questa torto. Eppure in quasi la metà dei processi il giudice decide in modo diverso dal Pubblico Ministero, dimostrando quindi la sua terzietà.

L’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura presieduta dal Presidente Sergio Mattarella (foto Ufficio Stampa Presidenza della Repubblica)

Collegato a questo tema c’è quello sul ruolo paritario che difesa e accusa devono avere in un processo: è la logica del Pubblico Ministero accusatore, di fatto un super-investigatore votato esclusivamente a perseguire l’accusato, un sistema che in un’ottica di giusto processo è molto meno garantista di quello attuale in cui il PM può chiedere per l’imputato anche l’archiviazione al giudice per le indagini preliminari o l’assoluzione al termine del processo.
L’altro punto a sostegno della riforma riguarda la necessità di limitare il sistema delle correnti. Le correnti, giustificate dal fatto che l’interpretazione delle norme giuridiche non è una scienza esatta ma un’operazione da ricondurre a criteri dottrinali soggettivi, hanno nel corso dei decenni mostrato il loro volto peggiore, come insegna il caso Palamara – peraltro scoperto da altri magistrati! – ma non sarà un sorteggio ad eliminarle.
Piuttosto, appare curioso che i meccanismi di sorteggio dei membri laici e togati del CSM saranno delineati da una legge ordinaria in balia delle maggioranze di governo che si alterneranno: non certo un buon viatico per assicurare una magistratura indipendente dalla politica.
A sostegno della riforma costituzionale, nelle ultime settimane la maggioranza di governo ha usato in maniera propagandistica gli errori giudiziari del passato, da Tortora a Garlasco, i casi che hanno polarizzato l’opinione pubblica come quello della famiglia del bosco, gli scontri di piazza, l’omicidio di Rogoredo all’interno di una operazione di Polizia (arrivando in questi due ultimi casi ad attacchi del governo alla magistratura ad indagini aperte), fino a tirare in ballo un procedimento penale regolato dalla giurisdizione svizzera, quello della tragedia di Crans Montana.
Ma i casi di cronaca nulla hanno a che fare con gli organi di autogoverno della magistratura che la maggioranza parlamentare ha modificato sotto dettatura del governo, senza nemmeno una modifica, mentre gli errori giudiziari c’entrano con la responsabilità civile dei magistrati, già in vigore nel nostro ordinamento.
La presidente Meloni, assieme al ministro Nordio e ai vicepresidenti del consiglio Tajani e Salvini continuano ad assicurare che la riforma costituzionale garantirà l’autonomia della magistratura.
Formalmente, leggendo i 7 articoli di Costituzione modificati, sembrerebbe proprio così. Ma c’è un dettaglio. All’articolo 8, l’ultimo della legge di riforma, si legge che, con legge ordinaria, entro un anno (quindi con l’attuale maggioranza di governo) verranno adeguate le norme “sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare”.
In quale direzione? La legge non lo dice. Ma lo hanno già annunciato i ministri Nordio e Tajani: il primo ha parlato della necessità di controllare la magistratura, sebbene la Costituzione affermi che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il secondo ha parlato della prospettiva di togliere ai PM il controllo della polizia giudiziaria, da riportare sotto l’autorità delle singole forze di polizia, che rispondono ai ministeri (Difesa, Interni, Economia) e quindi agli indirizzi del governo.
È proprio per questa eventualità, nascosta nella formula vaga dell’ultimo articolo della legge costituzionale e che renderebbe la magistratura potenzialmente addomesticabile da parte del potere politico, che fa cadere ogni riserva e spinge a votare No per preservare la separazione dei poteri, fondamento dello Stato liberale in questi tempi di crisi della democrazia.

(d.t.)