
Nei giorni scorsi è stato annunciato con grande euforia il riconoscimento da parte dell’Unione Europea della prima lista di Paesi di origine sicura e il via libera a più ampi criteri per stabilire Paesi Terzi (non di origine) sicuri, aprendo così la strada ai centri di rimpatrio fuori dall’Unione (vedi Albania). Si consolida così la stretta sulle migrazioni e sui profughi segnando un grave arretramento nella tutela dei diritti umani fondamentali. A parole si dichiara che le nuove norme rafforzeranno il diritto di asilo. Di fatto tendono a rendere più agile la possibilità di respingimento e di rimpatrio. La lista dei Paesi di origine cosiddetti sicuri comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Non si capisce bene con quale criterio si siano scelti questi Paesi.
Per i cittadini provenienti da questi Stati, le domande di asilo potranno essere esaminate attraverso una procedura accelerata, che ribalta l’onere della prova sul richiedente, chiamato a dimostrare l’esistenza di un rischio personale di persecuzione o di gravi danni in caso di rimpatrio. Cosa non facile per chi fugge dalla fame, dalla guerra, da situazioni spesso di sottocultura. Dal momento che ci sono tanti turisti, la vita dei cristiani copti o di chi dissente può dirsi tranquilla in Egitto? La morte di Regeni sta attendendo ancora qualche risposta, ma il Paese è considerato sicuro.
L’intento persecutorio, col conseguente rifiuto di accoglienza, è dato dal fatto che il richiedente asilo è transitato, prima di arrivare in Europa, da un Paese terzo in cui avrebbe potuto chiedere protezione o dall’esistenza di un accordo con un Paese per l’ammissione del richiedente asilo. Questo sistema renderebbe più agile ed efficiente la valutazione delle domande. In realtà con questi due provvedimenti i richiedenti asilo potranno essere respinti e spediti in Paesi con cui non hanno alcun legame se non quello di esservi transitati. Parallelamente, la strategia del Governo italiano per estromettere le Ong del soccorso in mare si arricchisce di un nuovo capitolo: dopo le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza, arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali.
Il Mediterraneo centrale si conferma una rotta estremamente letale, il 2025 si è chiuso con oltre 9.000 morti/dispersi. Secondo stime basate su testimonianze, a inizio febbraio 2026 potrebbero esserci stati oltre 1.000 dispersi in un solo naufragio a causa del maltempo, mentre altri episodi hanno coinvolto numerosi minori e migranti in fuga da Tunisia e Libia. Nel 2026, tanto per stare tranquilli, 781 persone sono state intercettate in mare e riportate a terra nei paradisi libici.
Giovanni Barbieri



