Tra speranze e timori: “Verrà accettato il Concilio dalla Diocesi?”

60 anni fa, nel dicembre 1965, terminava il Concilio Vaticano II. Dagli scritti del prof. Orlando Lecchini e dalle omelie del vescovo Fenocchio un ritratto delle speranze e dei timori sulle prospettive delle riforme conciliari nella Diocesi di Pontremoli.
Con una solenne celebrazione papa Paolo VI aveva chiuso l’assemblea dei vescovi di tutto il mondo. Il professor Lecchini, presidente della giunta diocesana di Azione Cattolica, ebbe l’incarico di portare al Vescovo il saluto del laicato cattolico della Diocesi alla partenza di mons. Fenocchio per Roma alla vigilia dell’apertura dell’assise conciliare, e al suo definitivo rientro quattro giorni dopo la fine dei lavori

Foto Siciliani-Gennari/SIR

“Le attese erano tante, ma tutte sono state superate”. Così commentava il 12 dicembre 1965 il professor Orlando Lecchini la chiusura del Concilio ecumenico Vaticano II davanti al Vescovo di Pontremoli, mons. Giuseppe Fenocchio, appena rientrato da Roma, dove con una solenne celebrazione papa Paolo VI aveva chiuso l’assemblea dei vescovi di tutto il mondo l’8 dicembre.
A 60 anni da quei giorni assume un valore particolare il ricordo della fine di un evento universale attraverso la voce e le testimonianze di chi ha vissuto quella stagione all’interno di una Chiesa locale e, per usare un termine da qualche anno in voga, “di periferia” come quella lunigianese.
Il professor Lecchini (1918-2010), presidente della giunta diocesana di Azione Cattolica, ebbe l’incarico di portare al Vescovo il saluto del laicato cattolico della Diocesi in due occasioni pubbliche significative: alla partenza di monsignor Fenocchio per Roma, il 9 ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura dell’assise conciliare, e al suo definitivo rientro 4 giorni dopo la fine dei lavori.

Mons. Giuseppe Fenocchio (1904-1996)

Di quegli eventi è rimasta traccia in un opuscolo, intitolato “L’ora del Concilio”, che Lecchini pubblicò tre anni dopo “per rinnovare il ricordo, per rinnovare l’impegno” a non offuscare il ricordo del Vaticano II e nelle cronache che Il Corriere Apuano fece di quel periodo. “Concluso l’avvenimento del secolo” era l’occhiello dell’articolo con cui il nostro settimanale dava notizia della fine dei lavori conciliari.
Una titolazione in linea con il pensiero di Lecchini, che nell’introduzione al suo opuscolo parlò del Concilio Vaticano II come dell’avvenimento “più importante del mondo contemporaneo, quello che è riuscito meglio ad interpretare il presente nel suo valore e nella sua complessità e a tracciare le vie maestre del futuro” nel quale resti al centro “l’uomo consapevole della sua dignità e vocazione”.
Le scelte dei Padri conciliari, che dimostrava ad un mondo in fermento che anche un’istituzione millenaria e apparentemente immutabile come la Chiesa cattolica sapeva “interpretare in modo efficace e attuale le aspirazioni umane” – queste le parole espresse da Lecchini al Vescovo – una volta chiusa l’Aula conciliare di San Pietro, avevano l’obiettivo di rinnovare la Chiesa universale e il mondo contemporaneo in cui era pellegrina.
Il Vescovo, nel suo discorso durante la solenne celebrazione di domenica 12 dicembre 1965, integralmente riportata dal nostro settimanale, ne era convinto: “Passa lo Spirito Santo sulle nostre chiese, sui nostri paesi, sulla nostra Diocesi. Tutto sarà nuovo: i pensieri, le parole, le opere, la vita: una vera seconda nascita”.

Il prof. Orlando Lecchini (1918-2010)

Tuttavia in mons. Fenocchio era ben presente anche il timore che lo spirito di rinnovamento potesse trovare ostacoli. Questa preoccupazione emerse poche settimane dopo, nel vespro dell’Epifania, nel corso di un’omelia che precedeva il simbolico affido dei decreti conciliari alla Diocesi, da un altare posizionato al centro della navata della Cattedrale.
Quella sera il Vescovo si chiese pubblicamente: “verrà accettato il Concilio dalla Diocesi? In quale misura?”.
Sono domande che ad ogni anniversario del Concilio sono state poste nella Chiesa a tutti i livelli e alle quali, a livello locale, tre anni dopo, Orlando Lecchini rispose affermando che il Concilio «cammina oggi per le vie del mondo e lentamente percorre anche le strette vie della nostra Lunigiana, tanto meno proclive alle rapide e profonde trasformazioni, quanto più tenace e gelosa custode delle sue tradizioni e consuetudini»: una elegante presa d’atto che quel Concilio che, secondo le parole pronunciate dal Vescovo di ritorno da Roma “ha fatto maturare formidabili problemi e ha impresso alla vita della Chiesa un accentuato moto di accelerazione che quasi spaventa” in Lunigiana faticava ad affermarsi; ma le stesse parole esprimevano anche la fiducia nel fatto che la recezione dello spirito conciliare sarebbe stata ineluttabile.
Una tensione, quella tra le cautele di chi temeva un rinnovamento ecclesiale che si intersecava con i contraddittori cambiamenti sociali del tempo e le spinte innovatrici di chi riteneva urgente aggiornare le modalità della missione della Chiesa, che avrebbe percorso la comunità ecclesiale lunigianese per diversi anni, provocando non poche lacerazioni a tutti i livelli della vita ecclesiale diocesana, coinvolgendo associazioni laicali, preti, religiosi, il Vescovo stesso, i cattolici in politica, questo settimanale.
Il professor Lecchini, forse prevedendo tali dinamiche, affermava che “il Concilio è soprattutto un invito a guardare avanti, ma tanto meglio si appunta lo sguardo nell’avvenire quanto più limpido e vivo se ne conserva lo splendore originario”: parole valide ancor oggi, celebrando il Concilio Vaticano II 60 anni dopo.

(Davide Tondani)