Le luci sulla “casa nel bosco” di Palmoli si stanno lentamente spegnendo e questo permette una riflessione più meditata sulla vicenda della nota famiglia anglo-australiana.

Non per giudicare i provvedimenti del Tribunale dei Minori, oltretutto senza aver “letto le carte”, ma per riflettere sulle reazioni di una fetta consistente dell’opinione pubblica che ha mostrato benevolenza verso le scelte della famiglia di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Emergono due considerazioni. La prima concerne la fuga dalla responsabilità personale rispetto alla comunità, che si traduce nella rivendicazione di una libertà dallo Stato e dai principi dell’organizzazione pubblica della vita associata.
È la pretesa di chi oggi rivendica per la famiglia del bosco la libertà dalla società, e cioè dai vincoli della legge, dell’integrazione sociale e dello Stato e ieri rifiutava le restrizioni anti-Covid per tutelare i fragili. Scagliarsi contro l’istituzione giudiziaria (sulla base di informazioni sommarie, oltretutto) significa delegittimare uno dei principi fondamentali della società, e cioè il principio dell’integrazione sociale e il dovere delle istituzioni pubbliche di agire quando questa viene meno.
Si può obiettare che in tante situazioni analoghe a quella di Palmoli lo Stato non intervenga, ed è vero. Infatti, in una organizzazione sociale che mette al centro la persona, dallo Stato ci si aspetta che faccia di più, per garantire diritti sociali e condizioni economiche dignitose a tutti. Chiedere, al contrario, che si faccia da parte, significa negare l’esistenza stessa della società, esaltando il tatcheriano “non esiste la società, ma solo gli individui e la famiglia”, in una celebrazione di un individualismo tanto sfrenato quanto estraneo alla natura umana.
La seconda fuga è quella dal tempo che ci è dato di vivere, con le sue angosce e le sue tristezze, emersa dai tanti che della famiglia di Nathan e Catherine hanno elogiato la scelta della vita sana e naturale una volta. È l’esaltazione dei “bei tempi andati”, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’esistenza dei nonni, dimenticando – o non conoscendo – le condizioni di totale deprivazione in cui viveva la maggioranza della popolazione italiana delle aree rurali.
Situazioni di indigenza assoluta non frutto di una libera scelta ma di una condizione subita e dalle quali l’intera società si è affrancata, conquistando beni primari e collettivi, oggi considerati superflui, grazie a sacrifici personali enormi e a politiche pubbliche messe in campo da quello Stato che molti vogliono smantellare in nome della libertà individuale. Si può essere insoddisfatti della complessità della società contemporanea ma non è il libertarismo insito in un’illusoria fuga dallo spazio e dal tempo che può cambiare la realtà: nessuno si salva da solo.
Davide Tondani



