Bassi salari, prezzi alle stelle, lavoratori poveri: per tanti  italiani un’estate di sacrifici

I dati su costo della vita, buste paga e lavoratori poveri consegnano il quadro di milioni di famiglie italiane in difficoltà nel far quadrare i conti domestici. I primi dati sulla stagione turistica confermano le rinunce che molti italiani stanno facendo, tra rinnovi contrattuali insufficienti e salari reali tra i più bassi d’Europa

Uno stabilimento balneare in Versilia (foto di repertorio)

L’Italia si avvia alla sua tradizionale chiusura per ferie. Se personalmente ciascun italiano spera di poter vivere il periodo di riposo in modo spensierato e rilassante, a livello collettivo le preoccupazioni non mancano e già si traducono in tendenze acclarate. Ad esempio in ambito turistico, un settore che da sempre è un buon termometro del benessere delle famiglie.
In termini di presenze e di consumi in spiaggia, il mese di luglio è stato peggiore di giugno, secondo le dichiarazioni del Sindacato Italiano Balneari di Confcommercio, spiegando che a luglio la riduzione complessiva di presenze e consumi, è stata di circa il 15%, sia pur con segni in controtendenza in Sardegna e Puglia.
E la colpa pare non essere del meteo non favorevole sulle spiagge del Centro-Nord: “sui nostri litorali abbiamo riscontrato più turisti stranieri a fronte di una diminuzione degli italiani. Come per gli anni precedenti le presenze in spiaggia si sono concentrate, principalmente, nei fine settimana a riprova di una difficoltà economica delle famiglie italiane”, ha sottolineato l’associazione di categoria dei balneari.
I quotidiani locali hanno confermato queste sensazioni anche nel nostro comprensorio, dalla Versilia alle Cinque Terre. Il problema pare essere quello dei costi. Assoutenti ha evidenziato che, secondo un sondaggio, quasi la metà degli italiani (49,2%) non farà vacanze estive; tra questi, il 54,8% giustifica la mancata partenza con motivi economici: l’aumento dei prezzi nel settore turistico ha reso le vacanze più care, costringendo molte famiglie a rinunciare completamente o a scegliere vacanze più brevi e in mesi meno costosi, come giugno o settembre.
Quello dei prezzi è un problema che affligge gli italiani anche al di fuori dell’ambito turistico. Istat ha diffuso i dati aggiornati sull’inflazione, stabile all’1,7% su base annua nel mese di luglio, a indicare che oramai il livello generale dei prezzi è tornato sotto controllo.
Ma è aumentato il carrello della spesa – cioè il costo dei beni essenziali per la vita quotidiana – del 3,4% su base annua. Per una coppia con due figli significa 600 euro all’anno in più, senza contare gli aumenti precedenti.
Si stima che dal 2021, alla vigilia dell’impennata dei costi dell’energia del 2022, il prezzo della spesa sia aumentato di oltre il 9%, a fronte di stipendi nominali pressoché immutati. La questione salariale pare essere il nodo centrale dell’economia italiana.
Risaputo che l’Italia è l’unico paese dell’OCSE (l’organizzazione che riunisce gli Stati più economicamente sviluppati del Pianeta) in cui dal 1990 al 2023 i salari reali – cioè parametrati al costo della vita – sono diminuiti anziché aumentare, l’organizzazione con sede a Parigi un mese fa ha pubblicato dati ancora più negativi: gli stipendi reali in Italia sono del 7,5% più bassi rispetto al 2021, la peggior performance tra i Paesi presi in esame.
L’OCSE ha segnalato anche come i salari nominali – cioè senza tenere conto dell’inflazione – sono attesi in crescita in Italia del 2,6% nel 2025, un aumento che garantirebbe ai lavoratori italiani un parziale risarcimento guadagni in termini reali, dato che l’inflazione è prevista al 2,2% nel 2025, ma comunque ancora troppo poco per un potere d’acquisto da anni in caduta libera.
Gli aumenti salariali si legano ai rinnovi contrattuali. Attualmente un dipendente su tre del settore privato ha ancora il contratto scaduto. E le cose non vanno meglio nel settore pubblico, dove il contratto degli enti centrali, siglato a febbraio dalla sola Cisl e dai sindacati minori per il periodo 2022-2024, ha sancito un aumento medio dei salari del 4% circa a fronte di un indice dei prezzi del triennio del 17%.
Salari di questo tipo hanno evidenti riflessi sulla povertà. Secondo Eurostat, la rete degli istituti nazionali di statistica della Ue, in Italia gli occupati a tempo pieno con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale, al netto dei trasferimenti sociali, sono il 9%, in aumento dall’8,7% registrato nel 2023.
Una percentuale più che doppia di quella della Germania (3,7%). Una ricerca di Acli rende ancora più drammatico il dato, se osservato nel lungo periodo: i lavoratori poveri in Italia sono aumentati del 55% in un decennio.
Di fronte ad una situazione così complessa servirebbero urgenti interventi strutturali: un salario minimo (rifiutato dal governo), un rafforzamento della contrattazione collettiva, oggi soggetta a inaccettabili dilazioni dei tempi di rinnovo e spesso resa valida dalle firme di sindacati pirata senza alcuna rappresentanza, una politica dei prezzi più efficace di quella inutile propagandata ai tempi dei costi energetici alle stelle.
Il tutto all’interno di un disegno complessivo di politica economica che, dopo quasi tre anni di governo, appare del tutto assente.

(Davide Tondani)