Lo scrittore siciliano trapiantato a Roma avrebbe compiuto cento anni il 6 settembre. La moglie gli disse “Montalbano è per tre quarti tuo papà”

Il 6 settembre prossimo avrebbe compiuto cento anni Andrea Camilleri. Dalla sua morte, nel 2019, sono passati solo sei anni. Un personaggio a noi contemporaneo: celebrarne l’anniversario ci consente di riscoprire la testimonianza non solo di un prolifico scrittore o di un attento regista, ma di un vero uomo di cultura.
Era infatti conosciuto e stimato non solo per la sua capacità espressiva e scrittoria, ma anche per l’aver rappresentato un esempio di cultura “viva”, sempre in grado di stimolare e interrogare l’uomo. Era nato a Porto Empedocle, nella campagna agrigentina, il 6 settembre del 1925.
Già dal suo albero genealogico si può trovare un indizio della futura carriera, visto che la nonna paterna era una cugina di primo grado di Luigi Pirandello. Gli studi furono piuttosto irregolari (fu espulso nel 1943 dal collegio religioso nel quale studiava) e terminarono senza che sostenesse l’esame di maturità classica, poiché in quell’anno di vicissitudini belliche era stato sospeso.

Anche il successivo percorso universitario nella facoltà di Lettere dell’ateneo palermitano, nel 1944, si concluse pochi anni dopo senza il conseguimento della laurea. Ma è comunque in questo periodo che ebbe le sue prime esperienze artistiche: nel 1942 infatti divenne per la prima volta regista a teatro, l’ambito al quale si avvicinò per primo, e verso il quale manifestò sempre vivo interesse e grande attaccamento.
Sin dalla giovinezza manifestò in modo chiaro il suo impegno civile e politico, aderendo nel 1945 al partito comunista. Negli anni del dopoguerra si recò ad Enna dove maturò la sua vocazione alla scrittura, grazie alla conoscenza con Franco Enna, letterato e scrittore locale, che resterà per sempre un amico paterno.
Nel 1949 si trasferì a Roma, dove venne ammesso all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica. Conclusi gli studi nel 1952, gli anni Cinquanta lo videro quindi impegnato alla regia di numerose opere, in particolare tragedie di Pirandello. Si interessò però anche alla messa in scena di opere sino ad allora poco note o addirittura inedite in Italia, come quelle di Beckett, Adamov, Eliot.
Non tralasciò l’attività scrittoria, pubblicando sia racconti su quotidiani, sia poesie: alcune di queste vennero anche pubblicate in un’antologia curata da Giuseppe Ungaretti. Al 1978 risale l’esordio nella narrativa, grazie a “Il corso delle cose”, un testo per il quale a fatica trovò un editore disposto a pubblicarlo, e anche il successo di vendite fu piuttosto contenuto.
Due anni, dopo il romanzo “Un filo di fumo” fu il primo collocato nell’ambientazione fittizia di Vigata, un luogo immaginario ma caro a Camilleri, modellato sulla sua città natale, ripreso nella maggior parte dei suoi testi. Alcuni, come “Il birraio di Preston” (1995) e “La concessione del telefono” (1998), erano ambientati nella Vigata del passato, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
Nella Vigata “odierna” sviluppò invece la fortunata serie di romanzi e racconti incentrata sul personaggio del commissario Salvo Montalbano, alle prese con casi di malaffare e omicidi. La serie, iniziata nel 1994 con il romanzo “La forma dell’acqua”, consacrò Camilleri quale scrittore affermato nel panorama nazionale.
Il successo presso il grande pubblico arrivò in effetti tardi, intorno ai settant’anni: a partire dal 1992 l’uscita del romanzo “La stagione della caccia” lo rese già autore riconosciuto e apprezzato.
L’affetto che Camilleri ebbe sempre per il personaggio di Montalbano era dovuto non solo al successo editoriale (e poi televisivo) che ne scaturì, ma anche per il richiamo alla sua storia familiare, e in particolare alla figura del padre, come dichiarò lo scrittore stesso, ricordando le parole che gli disse sua moglie: “Montalbano è per tre quarti tuo papà, e tu ne hai scritto una sua lunga biografia mi disse, e aveva ragione”.
La descrizione degli spaccati della realtà siciliana in Camilleri si basa anzitutto sulla sua capacità di rappresentare in modo efficace e profondo i personaggi. I protagonisti delle sue storie sono spesso colti infatti nei loro lati divertenti ed ironici, ma anche molto malinconici. A questo si aggiunge poi la peculiarità del linguaggio, che unisce italiano e siciliano.
Il siciliano nell’opera di Camilleri diventa non solo un elemento stilistico che impreziosisce il racconto, ma anche un elemento che aumenta la forza espressiva dei personaggi, che consente di calarsi maggiormente nella realtà, per poterne cogliere tutti gli aspetti e le contraddizioni.
Negli ultimi anni, Camilleri era divenuto cieco: affrontò l’argomento nelle “Conversazioni con Tiresia”, spettacolo teatrale da lui tenuto nel 2018. “Da quando non ci vedo più, vedo le cose più chiaramente. Diventato cieco mi è venuta una curiosità immensa di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me” disse.
Pur essendosi definito sempre non credente infatti, alla fine della vita la sua voglia di capire il mondo aprì il suo sguardo ad una dimensione fino ad allora non toccata, una dimensione nuova, quella dell’eterno.
Mattia Moscatelli



