Coordinato da Legambiente, gruppo tecnico al lavoro per ottenere un finanziamento di oltre 3 milioni di euro

(foto Lunigiana World)
Il grido d’allarme era stato lanciato almeno quattro anni fa da Legambiente: le praterie dell’Appennino stanno scomparendo. L’abbandono del territorio, la frammentazione delle proprietà, il mancato utilizzo dei prati per la fienagione, il diradarsi della presenza dei pastori con le loro greggi ha fatto sì che i territori dell’alpeggio vengano riconquistati dal bosco o invasi da cespugli e arbusti. Con drastica riduzione anche di quella biodiversità che è elemento insostituibile per la vita del nostro ambiente.
“Terre alte”, aree un tempo utilizzate nella stagione propizia dalle popolazioni dei paesi più vicini sia con lo sfalcio dell’erba per l’alimentazione degli animali, sia con vere e proprie coltivazioni. Un mondo agricolo pressoché scomparso che ha fatto scattare l’allarme e che è diventato un ambizioso progetto di recupero dal titolo “APE-TOE; ripristino delle praterie d’Appennino”, gestito da Legambiente con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano quale partner principale affiancato da una serie di soggetti istituzionali come le regioni Toscana ed Emilia Romagna, le Unioni dei Comuni di Lunigiana e Garfagnana, i Consorzi GAL dei due comprensori.

(foto Lunigiana World)
Come si legge nel sito di Legambiente www.lunigianasostenibile.it, il progetto interessa l’Appennino settentrionale fra Toscana ed Emilia Romagna, un’area strategica per la conservazione della natura in Italia, 155mila ettari collocati al di sopra dei 600 metri nei quali saranno individuate alcune aree dove intervenire, i prati di Logarghena e quelli di Camporaghena su tutti. Un paesaggio costituito da boschi, prati-pascoli e aree coltivate, ormai in declino da oltre mezzo secolo a causa dell’abbandono dell’attività agro-silvo-pastorale. L’obiettivo del progetto è ripristinare il paesaggio e i processi naturali, promuovendo il recupero degli ambienti aperti che ospitano le specie e gli habitat minacciati, attraverso il ritorno alle attività rurali tradizionali.

“Lo strumento principale è il Piano di Conservazione dell’Appennino Settentrionale – spiega Matteo Tollini di Legambiente, coordinatore locale del progetto – redatto con un processo partecipativo dal basso che coinvolge numerosi soggetti e che vuole creare una nuova visione del futuro dell’area”.
Un gruppo tecnico di lavoro molto ampio, che oltre a Legambiente comprende imprese all’avanguardia nel settore ed esperti del mondo accademico. L’ambizione, che appare sempre più concreta, è poter ottenere gli oltre 3 milioni di euro ai quali il progetto si è candidato nell’ambito di un fondo messo a disposizione dalla Cambridge Conservation Initiative (CCI), una collaborazione tra l’Università inglese e dieci organizzazioni leader nella conservazione della biodiversità. Soggetti che hanno dimostrato grande interesse per il progetto che riguarda l’Appennino, ritenuto oltre Manica una delle aree più importanti a livello europeo per la conservazione della biodiversità.
Il progetto APE-TOE ha superato la prima fase di selezione e il gruppo tecnico sta lavorando per il prossimo, delicato, esame: se ne saprà di più in estate, ma se tutto andrà bene già nel prossimo anno si potrebbero vedere i primi interventi. “È un’occasione da non perdere – continua Matteo Tollini – che ci permetterebbe di realizzare una serie di interventi strategici per il territorio e per il mantenimento della biodiversità. Per farlo è importante riuscire a trovare la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, gli imprenditori agricoli, le istituzioni, i proprietari e i gestori dei terreni”.
Azioni sui pascoli con il ripristino e il mantenimento delle praterie; sulle zone umide che sono fondamentali per la biodiversità e sui castagneti da frutto che hanno un ruolo importante per il mantenimento della stessa. E ci sono anche idee innovative come quella di promuovere l’allevamento semibrado di erbivori di grossa taglia, come bovini ed equini, più resistenti all’attacco dei predatori e che possano pascolare in territori definiti ma senza recinzioni, solo con collari georeferenziati che li mantengano entro i confini.
Paolo Bissoli



