Cambiamenti globali e  intelligenza artificiale:  il lavoro alla sfida del futuro

La festa del Primo Maggio oltre la retorica e le contingenze dello scenario economico. La crisi del commercio mondiale prodotta dal neoprotezionismo di Trump e l’avvento dell’intelligenza artificiale possono rivoluzionare in brevissimo tempo il lavoro così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi

La Festa dei Lavoratori che è stata anche quest’anno occasione di confronto-scontro sui dati occupazionali e, in generale, su quelli macroeconomici. Da una parte il governo che vanta tassi di disoccupazione ai minimi storici, dall’altra i sindacati – o alcuni di essi – con il dito puntato sulla qualità dell’occupazione, sui livelli salariali più bassi d’Europa – Eurostat ha segnalato nei giorni scorsi l’aumento preoccupante in Italia dei lavoratori poveri -, sulla produzione manifatturiera in calo da 26 mesi.
Al di là delle schermaglie, sul mondo del lavoro incombe l’ombra del neoprotezionismo americano che, secondo le stime della Banca d’Italia, potrebbe dimezzare le previsioni di crescita economica già asfittiche per il 2025.

Una donna al lavoro in un’industria tessile (Foto Siciliani – Gennari/SIR)

E una risposta in termini di nuove tasse doganali sui prodotti americani in Europa non terrebbe conto dei tanti semilavorati d’Oltreoceano che servono alle imprese europee che, se tassati, aumenterebbero i costi di produzione.
Uno scenario complicato, dunque, rispetto al quale il viaggio a Washington di Meloni di due settimane fa non è stato risolutivo, al di là dei proclami e della propaganda: con un approccio tra il feudale e il coloniale, Trump non ha arretrato di un millimetro sui suoi intendimenti.
Sullo sfondo del complesso mosaico politico-economico del lavoro rimangono due questioni di lungo periodo. Una è quella di un giusto compromesso tra globalizzazione e economie nazionali.
Se trent’anni di apertura dei mercati, favorita dalla rivoluzione tecnologica, hanno prodotto nei paesi ricchi un aumento delle disuguaglianze e la formazione di una composita classe sociale di “sconfitti della globalizzazione”, con i conseguenti problemi politici e di tenuta delle democrazie, dall’altro il protezionismo e i dazi non sono le soluzioni adatte a ripristinare un equilibrio che appartiene ad un passato oramai tramontato.
Non si è mai in ritardo per invocare un “governo dell’economia globale” come soluzione ad un dominio del libero mercato che ci ha portato alla tesissima situazione attuale.
La stessa dicotomia tra Stato e mercato fa da cornice all’altra questione aperta, più di respiro nazionale, e cioè è quello dell’assenza di una politica industriale che incorpori al suo interno istruzione, formazione, welfare, investimenti pubblici, politiche occupazionali, credito.
L’irruzione sul mercato mondiale dell’auto elettrica cinese, che ha spiazzato i business plan dei campioni dell’automotive europeo – i diecimila esuberi annunciati da Volkswagen e l’allontanamento del Ceo di Stellantis lo hanno testimoniato – è il “caso di scuola” che mostra come progetti economici frutto di un’accorta pianificazione (è il caso di Pechino, pur con tutte le sue contraddizioni e le sue ricadute in termini di libertà) portano a successi maggiori rispetto alla sola autodeterminazione del capitalismo.
In uno scenario così complesso è però il tema dell’IA-intelligenza artificiale a incombere sul mondo del lavoro. L’IA non è all’orizzonte, come molti pensano, ma è già una realtà per tutti, lavoratori e imprese.
Uno studio del Parlamento europeo del 2023 ha calcolato che il 14% dei posti di lavoro nei paesi dell’OCSE sono automatizzabili, mentre un altro 32% potrebbe affrontare cambiamenti profondi.
Le occupazioni più esposte sono quelle in cui molti compiti possono essere automatizzati, come il funzionamento di attrezzature tecniche specializzate o attività di routine o non autonome.
Il rischio di automazione è ulteriormente accentuato in tutte quelle mansioni in cui la comunicazione, la collaborazione e il pensiero critico non sono determinanti. Secondo un’inchiesta condotta lo scorso anno dalla filiale italiana di Manpower, un gigante mondiale della consulenza aziendale in ambito lavorativo, da qui al 2030 l’IA trasformerà l’80% delle professioni, richiedendo nuovi modi di lavorare e nuove competenze.
Emerge che le imprese guardano con ottimismo all’IA, con il 72% dei datori di lavoro che ritiene che impatterà positivamente sui fatturati e il 55% che prevede benefici anche in termini occupazionali.
L’introduzione dell’intelligenza artificiale richiederà, secondo le imprese, nuove competenze, più formazione, una diversa organizzazione del lavoro. Superfluo dire che quest’ultima implicherà l’aumento di lavoratori in somministrazione a tempo indeterminato o determinato e una maggiore flessibilità interna, con tutto ciò che ne consegue a livello di organizzazione e giustizia sociale.
E i lavoratori cosa ne pensano? L’indagine di Manpower restituisce l’idea di lavoratori equamente divisi tra chi è preoccupato (47%) e chi invece non lo è per nulla (53%) dall’avvento dell’IA.
Per oltre un terzo dei dipendenti l’IA eliminerà più opportunità di lavoro di quante ne creerà. Tuttavia, la maggior parte dei dipendenti (76%) è pronta ad accettare la sfida di un eventuale cambiamento della professione o del loro ambito di specializzazione in seguito ai nuovi sviluppi dell’intelligenza artificiale.

Davide Tondani