A Carrara prese di posizione, uno sciopero di settore e un corteo di lavoratori e cittadini contro le dichiarazioni a Report dell’imprenditore Alberto Franchi
Uno sciopero e un corteo numeroso come non si vedeva da anni: le reazioni a Carrara all’inchiesta di Report sulle cave del marmo e alle dichiarazioni dell’imprenditore Alberto Franchi sugli operai “deficienti” responsabili dei loro infortuni sul lavoro hanno portato in strada almeno 1.500 manifestanti la mattina del 24 aprile. Concentramento davanti ai cancelli della Umberto Franchi SpA e corteo fino alla sede dell’Unione Industriali sul viale XX Settembre, la manifestazione convocata dai sindacati di categoria del settore lapideo non rivendicava un nuovo contratto e non denunciava una nuova vittima del lavoro, ma chiedeva dignità per gli operatori di una filiera impiegata in un processo produttivo altamente rischioso.

Alla vigilia del corteo e dello sciopero che ha coinvolto l’intero distretto lapideo apuo-versiliese Franchi ha chiesto scusa per le sue dichiarazioni “inappropriate”, ma il coro di voci di condanna per le esternazioni è stato trasversale, dalla Chiesa diocesana – ne abbiamo riferito la settimana scorsa – al tifo organizzato della Carrarese, passando per le associazioni ambientaliste, le forze politiche e le istituzioni, quest’ultime rappresentate nel corteo sindacale ai massimi livelli: la sindaca di Carrara Serena Arrighi, il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti, gli assessori regionali Alessandra Nardini, Monia Monni e Simone Bezzini, il consigliere regionale Giacomo Bugliani. Una presenza istituzionale così qualificata – benchè connotata dall’appartenenza al solo Partito Democratico – farebbe presumere una presa d’atto dell’insostenibilità della filiera del marmo così come è attualmente strutturata e come è stata raccontata con sufficiente chiarezza a tutta Italia nel reportage di Rai Tre. Perché se le deprecabili esternazioni di Franchi presto verranno sepolte dai veloci meccanismi della comunicazione moderna, i nodi del settore lapideo permangono irrisolti da troppo tempo, anche a causa anche dell’inerzia della politica; un’inerzia descritta in modo efficace nel 2016 dalla Corte Costituzionale che, nella sentenza in cui stabiliva l’incompetenza della Regione a legiferare sui beni estimati – le cave in concessione perpetua a seguito di un editto ducale del 1751 – sottolineò “una sequenza di plurisecolari inefficienze dell’amministrazione, che hanno impedito le verifiche e gli accertamenti necessari a porre ordine alla materia” dello sfruttamento del marmo. Il tema ambientale è senz’altro l’emergenza che richiede risposte e azioni in tempi brevi.

Secondo alcune stime la quantità di escavato degli ultimi 45 anni è pari a quella dei precedenti due millenni con quel che ne consegue in termini di utilizzo razionale del marmo e tutela degli ecosistemi. La riapertura negli ultimi anni di cave dismesse nei bacini di Massa, di Fivizzano e della Garfagnana, anche a quote elevate e in aree afferenti al Parco Regionale delle Alpi Apuane – più volte accusato dai comitati ambientalisti di non tutelare abbastanza la montagna – dimostrano che il tema delle quantità escavate non è una percepito come criticità: nemmeno per i cittadini del comprensorio, spesso sostenitori dell’appetibilità turistica del paesaggio desolante delle cave o delle escavazioni in galleria. Ma anche il lato socioeconomico del settore necessita di riflessioni che tardano ad arrivare. Alla sperequazione nella distribuzione della ricchezza prodotta dal marmo, concentrata in pochissime mani sotto forma di utili e dividendi unici per redditività nel panorama produttivo italiano – lo spiegava bene Report – si accompagnano ricadute occupazionali sempre più limitate (oggi lavorano “al monte” circa 800 persone in tutta la provincia, contro le 20 mila di cent’anni fa) e casse degli enti locali che ricevono cifre minime a fronte delle quotazioni elevatissime dei blocchi estratti. I meccanismi di incentivazione approntati a Carrara, che prevedono il prolungamento delle concessioni in cambio di opere pubbliche di interesse generale finanziate dai concessionari rischiano, secondo i critici, di conferire ai “signori delle cave” ancora più potere negoziale e capacità di influenza di quanto già esercitata nella storia della città.
(Davide Tondani)



