Una promessa di pace e non di sventura
Il presidente Trump con i pastori evangelici che hanno invocato protezione per lui e per le truppe statunitensi (foto www.whitehouse.gov)
Il presidente Trump con i pastori evangelici che hanno invocato protezione per lui e per le truppe statunitensi (foto www.whitehouse.gov)

La notizia secondo cui “un gruppo di pastori evangelici” avrebbe pregato e alcuni di loro avrebbero imposto le mani su Donald Trump ci fa riflettere. Al di là dell’indignazione, suggerita dal rischio della strumentalizzazione politica della fede e anche oltre un senso di esaltazione che potrebbe manifestarsi in chi è abituato ad applaudire tali gesti, qui si richiede un pensiero scevro da inquinamenti ideologici.

La prima riflessione che si impone è suggerita dalla I lettera a Timoteo, dove leggiamo: “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. L’Autore biblico è ben consapevole della complessità connessa al compito di governare la società e l’invito è da leggersi come implicante l’orazione per chiunque sia chiamato al governo, di qualsiasi partito o appartenenza religiosa egli sia. Tale appello è ulteriormente supportato dalla lettera ai Romani, dove Paolo afferma quasi perentoriamente: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti, non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio”.

L’espressione va assunta in due significati: con il primo si richiede ai cristiani lealtà e fedeltà verso chi governa; col secondo si relativizza il ruolo di chi detiene il potere. Costoro infatti non sono padroni assoluti della vita e della morte delle persone loro affidate e neppure di quanti sarebbero propensi a considerare nemici. Solo Dio è Signore della vita e della morte degli umani. Il fine della preghiera in genere, che include quella per i potenti della terra, è stato ben colto da un altro pastore evangelico, ucciso dai nazisti, Dietrich Bonhoeffer, il quale scriveva: “Dio non esaudisce i nostri desideri, ma realizza le sue promesse”. Tommaso d’Aquino riguardo al pregare diceva che non preghiamo perché Dio compia la nostra volontà, ma perché noi possiamo fare la Sua.

Quella di Dio è sempre una promessa di pace e non di sventura. Invocare la pace significa anche impegnarsi perché essa accada, con la consapevolezza che, laddove non possiamo realizzarla con le nostre forze, il Signore potrà offrirci il sostegno e la grazia (nel caso dei governanti) perché accada. È qui il senso dell’appello delle chiese alla preghiera per la pace che si sta realizzando proprio in questi giorni. Poiché, peraltro, crediamo in un unico Dio, sappiamo anche che Egli è il Signore e Padre di tutti. Dobbiamo essere altresì coscienti del fatto che tutti proveniamo dall’unico Dio, che certo non vuole la morte, ma la vita, e mi piace pensare che volga lo sguardo altrove allorché, e in qualsiasi contesto, si benedicono armamentari di morte.

Giuseppe Lorizio
teologo, Pontificia Università Lateranense