Prosegue il percorso partecipato per l’adozione del piano 2026-2028. Ad Aulla un incontro di restituzione di contributi e approfondimenti.

Raccogliere i bisogni della popolazione della Lunigiana in un Piano Integrato di Salute è operazione complessa. Per questo la Società della Salute della Lunigiana ha promosso un nuovo e partecipato incontro (il primo era stato a dicembre) mercoledì 14 gennaio in Sala Tobagi ad Aulla al fine di una programmazione condivisa per il triennio 2026-2028.
Sono state coinvolte le realtà che operano all’interno della nostra comunità e che meglio ne conoscono bisogni, potenzialità e criticità: sindaci, amministratori, rappresentanti dell’associazionismo, delle scuole, del terzo settore.
Senza questo apporto, il rischio era che il piano riflettesse più le esigenze dell’apparato istituzionale che quelle della comunità. In un’area segnata da invecchiamento demografico, fragilità sociali e carenza di servizi di prossimità, dove le distanze contano e l’accesso ai servizi non è sempre facile, l’integrazione tra sociale e sanitario non è un lusso ma una necessità. Il cittadino è chiamato a essere protagonista attivo, informato, corresponsabile, coinvolto.
Amedeo Baldi, coordinatore sanitario della Società della Salute, riassume il tutto in una domanda: “La vogliamo costruire insieme questa comunità che cura?” Rendere pienamente operative le Case della Comunità non sia solo una operazione di restyling delle mura ma una integrazione con la comunità finalizzata a una vera presa in carico dei bisogni. Concertando servizi più vicini ai cittadini, più coordinati, con accesso e accompagnamento facilitati.
Il direttore della Società della Salute Marco Formato: coinvolgere la comunità nella programmazione degli interventi

Marco Formato, direttore della SdS, conferma: “Se nelle Case della Comunità noi diamo solo prestazioni, anche migliori rispetto al passato, ma non riusciamo a coinvolgere quella comunità che dà il nome a quella casa non raggiungeremo l’obiettivo che ci è stato richiesto”. Per questo sono da rafforzare le relazioni con la società civile e le istituzioni. “Lavoriamo bene con la scuola e con la prefettura, ad esempio, ma dobbiamo migliorare i rapporti con altre istituzioni” ha proseguito lo stesso Formato.
Mantenere spazi stabili di confronto con le parti interessate alla co-progettazione: per questo è stata richiesta l’attivazione di un tavolo “scuola-salute” con gli enti scolastici e un altro tavolo “lavoro e coesione sociale” con le piccole aziende. è faticoso anche dare continuità ai tanti progetti, regionali e nazionali, già messi in piedi: sono progetti a termine e pertanto sono a termine anche le relative risorse.
Questo rende difficile rendere stabili le attività. Dovendo far conto sulle risorse disponibili il piano sanitario viene cautamente definito “realistico, alla portata delle nostre forze e dei nostri mezzi”. Dopo questa fase di discussione ora il piano va all’attenzione dei Comuni per l’approvazione.
(Severino Filippi)
Dagli screening all’innovazione digitale: uno sguardo su quello che la SdS già sta realizzando
Il Piano integrato che dovrà essere adottato non parte comunque da zero. Alcuni servizi sono capillari e funzionali. Ad esempio, l’AFA (attività fisica adattata): è stata attivata con 36 corsi, interessa 630 persone, è presente in ogni Comune ed è alla ricerca di nuovi fisioterapisti e nuove sedi. Il servizio prelievi per analisi è presente in 13 Comuni su 14.
Sulla promozione della salute occorre superare altri problemi come la bassa partecipazione allo screening del cancro colon-rettale (è al 38% mentre la media toscana è al 46%) e la bassa adesione alla vaccinazione antiinfluenzale per gli over 65 (è al 47% mentre la Toscana è al 58%). E’ necessario comunicare fiducia nella prevenzione magari collaborando con le associazioni già presenti e attive: le Università della Terza Età, i Circoli di paese, ecc. Nuove forme di comunicazione sono richieste anche per fare conoscere meglio i progetti e le attività dei consultori dedicati alla famiglia, agli adolescenti, ed alla salute della donna.
Anche l’innovazione digitale che rende più efficace l’accesso ai servizi (cup on line, “zero code”, ricette elettroniche, fascicolo sanitario, ecc) può andare incontro agli anziani ed ai fragili con la collaborazione del volontariato (i circoli di paese sono una risorsa preziosa) che in alcune realtà si è già attivato con un’opera di tutoraggio informatico. Un ulteriore scoglio è la carenza di personale, con un alto turn over in ambito sia ambulatoriale che ospedaliero e la difficoltà nel trovare specialisti disponibili a trasferirsi in Lunigiana. La telemedicina potrà essere un aiuto ma non la soluzione.
Infine, l’attenzione alla transizione ecologica ed ai determinanti ambientali di salute. L’elevato indice di mortalità per tumori in Lunigiana non appare legato solo al forte invecchiamento demografico. L’età non è solo una causa, ma un contenitore di esposizioni cumulative precedenti: ambientali, occupazionali e comportamentali. E le aree rurali e montane non sono automaticamente “protette” (es. pesticidi, amianto, metalli, plastiche, Pfas, attività estrattive, traffico di lunga durata, siti dismessi). Rendere migliore l’ambiente di vita è un impegno non più secondario. (S.F.)



